Manifesto 30TFF

Manifesto del 30 Torino Film Festival
© Torino Film Festival

Il Torino Film Festival è un evento straordinario, nel senso proprio del termine, ossia fuori dall’ordinario. Un festival sobrio, composto, contenuto, ben organizzato, infarcito di film interessanti e di sorprese gustose, senza tappeti rossi e incastonato – tra l’altro – in una città dalla bellezza abbacinante e dal fascino fortemente cinematografico. Un festival che ti riconcilia con il cinema, in cui ritrovi speranze e quell’ottimismo che sa di passione e coraggio. Gianni Amelio, alla sua ultima stagione da direttore, e la straordinaria Emanuela Martini (vicedirettrice) ci lasciano con un’edizione, la trentesima, che si farà ricordare: non (solo) per questo o quel film, non per questo o quel premio, ma soprattutto perché il cinema che esce da Torino è cinema puro.

Vince Shell di Scott Graham, e già questo sa di miracolo. Perché il film è un film d’esordio, ed è un esordio di quelli da cui germogliano capolavori. Shell è un film silenzioso e ambiguo, struggente e inquietante, lontanissimo dal cinema chiassoso, sguaiato e urlato di quest’inizio millennio. Ma il cinema del Torino Film Festival non è solo quello premiato.

Ci permettiamo un Holy Motors a sala piena – come quasi tutte le sale di questo festival – e gli applausi per il ritorno di Leos Carax sono tanti e meritati, per una pellicola che si propone come una delle migliori di tutto l’anno e di qualcosa di più. Di fianco, poco dopo, No di Pablo Larrain, già vincitore a Torino con Tony Manero, entusiasma gli spettatori con la storia del pubblicitario che permise la vittoria del no al referendum voluto da Pinochet nel 1988 sulla sua permanenza al potere. Proprio queste due pellicole danno il segno del festival quanto poche altre. Da un lato il cinema che riflette su se stesso – con Carax – ma che allarga il proprio senso al valore della visione, alla capacità di creare l’ignoto, alla finzione e all’affabulazione visiva come potenziale speranza e irrimediabile sconfitta. Dall’altro – con Larrain – il cinema stesso sembra rinunciare alla propria specificità, quando in realtà azzarda la mimesi travestendosi da prodotto pubblicitario degli anni ’80, dove solo l’immagine creativa può sconfiggere la violenza e la dittatura.

E il reale, lo storico o l’attuale, a Torino vivono anche attraverso i tanti documentari che punteggiano il festival, quasi a creare una teoria urbana di rara coerenza. Una varietà di sguardi tale da stordire ma che – inaspettatamente – restituisce un quadro organico del mondo – o dei mondi: siano essi quello siriano di una rivoluzione trascurata e contemporaneamente sovraesposta, o quella di una New Orleans che rinasce ancor più contraddittoria, intrigante e persa di prima, o ancora quello nord coreano di una donna perduta che doveva portare la speranza, la stessa speranza di una nave albanese giunta sulle coste della Puglia negli anni ’90.

Il Torino Film Festival è stato il cinema della meraviglia, coraggioso e libero, pronto a portare la peste al mondo, scuotendo le comode e riscaldate e innocue sale, quelle abituate a un cinema altrettanto comodo, riscaldato e innocuo.