Ubaldo Ragona, L'ultimo uomo sulla terra, 1964.  The Last Man on Earth © 1964, Produzioni La Regina.

Ubaldo Ragona, L’ultimo uomo sulla terra, 1964.
The Last Man on Earth © 1964, Produzioni La Regina.

Ogni opera è figlia dei tempi in cui viene partorita o, quantomeno, ne assorbe spesso le influenze o ne racconta le sfumature. Rivisitare lo stesso romanzo in tre momenti storici enormemente distanti tra di loro, ci aiuta, spesso, a capire quelle sfumature che vuole sottolineare o quelle atmosfere da cui è stata influenzata. Anche l’ultimo uomo sulla terra può essere, paradossalmente, un buon testimone dei tempi e della società, raccontandola proprio attraverso la sua fine, la sua mancanza e il suo essere cambiata in una società più aggressiva e spietata in cui per sopravvivere è necessario adattarsi e cambiare le proprie abitudini e la propria natura. Il romanzo di Richard Matheson ci racconta la quotidianità di un uomo qualunque, unico sopravvissuto del genere umano, barricato in casa in una piccola cittadina della California che diventerà anche il suo laboratorio per studiare il virus che ha flagellato il pianeta. La piccola comunità di cui faceva parte è diventata il nemico da combattere facendo ricorso anche alla violenza, si è tramutata in minaccia dalla quale difendersi cercando tra i libri un antidoto al virus che l’ha trasformata: l’ultimo uomo sulla terra di Matheson è costretto, per salvarsi, a rovesciare la propria scala di valori, a diventare unica risorsa per se stesso e per il resto del mondo finendo con le spalle al muro, schiacciato da quella nuova società che si è creata e che lui non è riuscito a capire e a salvare. Tutti gli adattamenti cinematografici si discostano dal romanzo per due piccoli particolari che da soli danno una visione diversa, sia dell’uomo costretto a sfidare le sue capacità per sopravvivere, sia della comunità che gli è nemica: l’ultimo sopravvissuto è già un dottore che studiava il virus fin dalla sua comparsa e lo scenario che fa da sfondo alla vicenda diventa una grande città (Roma, Los Angeles, New York) sfilacciando i rapporti e le trame sociali, spostando maggiormente l’attenzione su un livello più globale di società. Il primo adattamento (L’ultimo uomo sulla terra, 1964), quello più fedele alle pagine del romanzo, traccia i contorni di una società in cui il diverso è nemico e, in quanto tale, sacrificabile sull’altare soggettivo della giusta causa.

Boris Sagal, 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra, 1971. The Omega Man ©  Warner Bros. Pictures, 1971

Boris Sagal, 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra, 1971.
The Omega Man ©
Warner Bros. Pictures, 1971

1975: occhi bianchi sul pianeta terra (1971), secondo dei tre film ispirati al romanzo, subisce, più di quanto lo faccia L’ultimo uomo sulla terra, le influenze storico-politiche dell’epoca e i nuovi equilibri mondiali causati dalla guerra fredda. L’icona hollywoodiana Charlton Heston, unico sopravvissuto alla guerra batteriologica, incarna l’unica speranza di salvezza del sogno americano, minacciato dalle vittime di una guerra batteriologica che cercano di distruggere ciò che rimane della vecchia civiltà, prendendo di mira gli ultimi simboli di quella società che ha causato la sua stessa distruzione. Nel più recente Io sono leggenda (2007), ambientato in una New York abbandonata e irriconoscibile se non dai suoi simboli deturpati dal tempo, il nemico è generato da quella che voleva essere una cura per cancro, una salvezza per il mondo che invece lo condanna alla devastazione: l’11 settembre raccontato tra l’incertezza di riconoscere il proprio nemico, la presa di coscienza di alcuni errori, la consapevolezza di un mondo che è cambiato e con il quale bisogna fare i conti. Tre esempi di come la comunità che creiamo può essere raccontata in modi diversi in base a come si trasforma nel corso degli anni, di come quella comunità è allo stesso tempo artefice della propria distruzione e unica possibilità di salvezza da se stessa.