Miloš Forman, Qualcuno volò sul nido del cuculo, 1975 Credits: One Flew Over the Cuckoo's Nest © Fantasy Films 1975

Miloš Forman, Qualcuno volò sul nido del cuculo, 1975
Credits: One Flew Over the Cuckoo’s Nest © Fantasy Films 1975

One Flew Over the Cockoo’s Nest, USA, 1975, Miloš Forman (R.), Lawrence Hauben e Bo Goldman (Sc.)

Le mura invalicabili della struttura limitano l’azione e il movimento, le finestre sigillate da grate castrano ogni tipo di visuale sulla realtà, le cinghie strette sui corpi impediscono ogni minimo di libertà. Come spesso accade sullo schermo, la società, sia essa intesa come specchio di relazioni sociali o metafora di un sistema socio-politico più grande, è analizzata attraverso un micro-sistema ad essa riconducibile, o ricondotto, attraverso simbologie e topoi, in cui l’analisi trascende la struttura micro per essere traslata e diventare allegoria di un macro-sistema. È attraverso un manicomio, struttura che dovrebbe essere, almeno nelle intenzioni, rieducativa, che Miloš Forman pone l’accento «sulla tirannia delle istituzioni totalizzanti foggiate a misura di una organizzazione sociale oppressiva, che pretende obbedienza e conformismo». È in questa struttura che Randle McMurphy (Jack Nicholson) cerca liberazione dal carcere fingendosi malato di mente, scontrandosi con la rigida disciplina imposta dall’organizzazione dell’ospedale, che tutti sembrano subire e a cui tutti sembrano sottostare (perfino chi non ne è obbligato) conformandosi alla volontà di quella società che vuole la libertà stretta tra le maglie del potere, in un manicomio che ci mostra un follia che sembra (dis)simulata (o creduta tale), che nasconde invece un senso di liberazione e di emancipazione in risposta all’emarginazione e all’oppressione. Tra le mura di questa piccola società organizzata, soffocata dalla routine e dall’apatia, McMurphy cerca di scardinare le rigide regole della disciplina indotte dalla glaciale infermiera (Louise Fletcher), presentandosi come primus inter pares, tessendo i rapporti con gli altri ospiti del manicomio come se fossero persone qualunque, cercando nella normalità la cura per la loro anormalità, in completo contrasto con le fredde e distaccate sedute di gruppo che rivelano più un macabro sadismo che una vera e propria volontà di analisi e rimedio, perché proprio in queste sedute viene alimentato quel timore verso il potere e quella consapevolezza di non poterlo trascurare neanche per soddisfare le minime libertà personali, perché qualsiasi tentativo di libertà è, per il potere, la vera malattia da guarire. Le radici ceche di Miloš Forman tendono a ingannare chi vede nel film una critica al solo regime sovietico, dimenticando che ogni società ha un modo diverso di reprimere le libertà: all’uscita del film Alberto Moravia ne scrive così: «McMurphy è un americano e la società in cui si è trovato a nascere pratica una repressione diversa da quella sovietica. Quest’ultima è direttamente politica; la repressione americana, indirettamente, nel senso che il conformismo agisce a monte della politica, sul costume individuale, sulla cultura, sul rapporto sociale». Ed è proprio al conformismo che McMurphy sembra dichiarare la sua personale battaglia cercando liberazione nell’espressione della propria personalità, incapace di sottostare a quelle regole che lo vorrebbero espressione di una razionalità collettiva e omologata, ma costretto alla resa quando si accorge che l’unica espressione possibile della propria libertà consiste nella sua totale negazione.