Tsukamoto Shin'ya, Bullet Ballet, 1998 Credits: Bullet Ballet © Igarashi Maison 1998

Tsukamoto Shin’ya, Bullet Ballet, 1998
Credits: Bullet Ballet © Igarashi Maison 1998

Bullet Ballet, Giappone, 1998, Tsukamoto Shin’ya (R. e Sc.)

E’ sempre un’operazione sterile e futile quella di fare delle classifiche, specialmente quando si tratta di “eleggere” quale sia il lavoro migliore di un regista come Tsukamoto Shin’ya, che di capolavori ne ha girati parecchi. Arriva però un momento in cui scorri una filmografia e scopri, con colpevole ritardo, che c’è un titolo che ti ha colpito più di altri. Che magari non è quello più blasonato e neanche quello più – oggettivamente – riuscito, ma è quello in cui riesci ad individuare tutto il portato della poetica del cineasta. La cosa mi è capitata poco tempo fa rivedendo Bullet Ballet e contestualizzandolo nella carriera di Tsukamoto. Il film non avrà la carica anarchica di un Tetsuo, e neanche la morbosità di A Snake of June. Non sarà neanche famoso come la mini saga di Nightmare Detective, ma nel labirintico peregrinare del protagonista per i bui vicoli notturni di Tokyo, c’è buona parte del cinema del cineasta giapponese (che, come capita molto spesso, è anche il personaggio centrale del film). C’è la nevrosi del salaryman nipponico, c’è il fascino dell’atmosfera cyberpunk, così come la tensione verso il gesto estremo e l’autolesionismo spinto fino alle tragiche conseguenze. Il tutto intriso di un’aura profondamente nichilista e depress(iv)a, avvolto da una membrana opaca, sporca, gocciolante sangue nero e fluente. Bullet Ballet è lo specchio del giappone degli anni Novanta. Figlio della bolla speculativa che aveva caratterizzato il decennio precedente e che aveva consacrato il Sol Levante come una delle economie più floride al mondo, il periodo successivo vede un contrarsi di produzione e consumi dagli effetti devastanti. Effetti esasperati dal gap tra il prima, un entusiasmo consumistico senza precedenti, e il dopo, una depressione paragonabile solamente a quella statunitense del 1929. Come si pone il giapponese medio di fronte a tutto questo? Con una cultura rigida e una mentalità chiusa come quella che vive può fronteggiare un momento del genere? La risposta sta nell’esplosione di violenza messa in scena in Bullet Ballet e che non romanza più di tanto una realtà di per sé decisamente dura. Le carte in tavola si mischiano, la retta via si smarrisce, e il suicidio della propria fidanzata può far scattare meccanismi inconsci capaci di rovesciare un equilibrio già traballante. Ci si trasforma quindi in qualcosa che prima si muoveva (evidentemente) sottopelle. Bene e male si compenetrano, si diventa nemici di sé stessi senza una ragione plausibile e logica. Si cambia faccia, velando quel lato oscuro che doveva solo emergere. Si accende così una spirale di sangue in cui la salvazione è un vicolo troppo buio per essere percorso e troppo angusto per permettere una fuga.