George A. Romero, La notte dei morti viventi, 1968 Credits: Night of the Living Dead © Image Ten e altri 1968

George A. Romero, La notte dei morti viventi, 1968
Credits: Night of the Living Dead © Image Ten e altri 1968

Lo zombi è il mostro politico per eccellenza. Non lo è sempre stato (affonda le sue origini nel voodoo e nel gusto esotico della narrazione avventurosa), e in realtà negli ultimi anni sembra aver abdicato al suo simbolismo sociale, per tornare a essere mero prodotto d’intrattenimento, ma nella sconfinata cinematografia di cui è protagonista esiste un filone aureo che fa da spartiacque e lo trasforma nella figura allegorica che conosciamo: sto parlando, ovviamente, del cinema di George A. Romero. Il papà dello zombi moderno. Colui che fa pronunciare ai suoi personaggi alcune tra le frasi più famose del genere, tra cui la celebre «Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla terra» (Zombi, 1978, di George A. Romero) o, appunto, «Noi siamo loro e loro sono noi» (La notte dei morti viventi, 1990, di Tom Savini). Ed è proprio questo che li rende attuali. È proprio questo che ci spaventa. Non la camminata claudicante e inarrestabile, non l’aspetto ripugnante, non il cannibalismo (ok, magari quello un po’ sì), ma il fatto che ci rispecchiano. Come afferma lo stesso Romero, «i miei ex-morti sono più vivi dei vivi: ogni volta che riappaiono, fanno scattare l’allarme sull’orrore sociale del momento». Così, in una simbologia fin troppo evidente, ne La notte dei morti viventi (1968, di George A. Romero), primo film della bellissima quadrilogia romeriana, gli zombi rappresentano la cosiddetta “maggioranza silenziosa”, quella larga fetta di popolazione che non partecipava alle scelte politiche del paese: automatico, in questi termini, il riferimento al Vietnam, su cui in troppi non si erano espressi. Dieci anni più tardi, in Zombi, la critica è all’ottusità del consumismo, con i morti viventi che assaltano il centro commerciale dentro al quale si sono rifugiati i protagonisti e che attira allo stesso modo bande di sciacalli.

George Romero, Il giorno degli zombi, 1985Credits: Day of the Dead © IDead Films Inc. e altri 1985

George Romero, Il giorno degli zombi, 1985
Credits: Day of the Dead © IDead Films Inc. e altri 1985

Ne Il giorno degli zombi (1985, di George A. Romero), dove la minaccia è quella, duplice, dell’automatismo militare e della scienza che non riconosce confini, la progressiva umanizzazione dei non-morti arriva ad un punto di non ritorno con lo straordinario personaggio di Bub, fino a compiersi definitivamente nel successivo La terra dei morti viventi (2005, di George A. Romero). In questo buon blockbuster ingiustamente sottovalutato, le “creature proletarie” di Romero offrono lo spunto per parlare di sicurezza nazionale e di politiche controproducenti e manipolatrici sullo sfondo di un’America segnata dall’11 settembre.

In questi termini di zombi come mostri politici, l’eredità romeriana va ben oltre gli omaggi (Il ritorno dei morti viventi, 1985, di Dan O’Bannon), le parodie (L’alba dei morti dementi, 2004, di Edgar Wright) e i remake (L’alba dei morti viventi, 2004, di Zack Snyder) che per più ragioni sono entrati nell’immaginario collettivo e nei cuori di tantissimi fan, e si dipana lungo una serie di film che dal genere, in vari modi, si discostano.

Così in 28 giorni dopo (2002, di Danny Boyle), dopo una prima metà di minaccia pseudo-zombesca (non si tratta tecnicamente di non-morti, quanto piuttosto di malati di rabbia, ma le dinamiche non differiscono sensibilmente, ed anzi il film ha rilanciato il filone, insieme al contemporaneo Resident Evil, dopo anni di stagnazione), emerge chiaramente che il vero mostro è l’uomo, e il protagonista riuscirà a sopravvivere solo mescolandosi agli infetti ed adottando il loro stesso comportamento bestiale.

C’è poi quel manifesto politico che è l’episodio della prima stagione della serie Masters of Horror diretto da Joe Dante, Candidato maledetto (2005), in cui i soldati morti in battaglia tornano per votare alle presidenziali americane per porre fine alla guerra (in Iraq, ma la valenza è più ampia).

Bruce McDonald, Pontypool – Zitto o muori, 2011Credits: Pontypool © Ponty Up Pictures e altri 2008

Bruce McDonald, Pontypool – Zitto o muori, 2011
Credits: Pontypool © Ponty Up Pictures e altri 2008

Infine, in tempi più recenti si segnala quel gioiello di Pontypool – Zitto o muori (2008, di Bruce McDonald) che, nell’era di internet, dei commenti anonimi, degli scetticismi ostinati e delle notizie virali (con premesse quindi non dissimili da Le cronache dei morti viventi, che nel 2007 segna il ritorno di Romero al genere zombesco) ragiona sulla potenza, non necessariamente salvifica, della parola, all’interno dei suggestivi spazi di uno studio radiofonico.

Esclusi questi esempi di eccellenza, ormai sempre più rari, gli zombi sono oggi protagonisti di prodotti di mero intrattenimento, con risultati tanto buoni quando si reinventa con intelligenza il genere (Rec, 2007, di Jaume Balagueró e Paco Plaza) quanto deludenti negli altri casi (The Horde, 2009, di Yannick Dahan e Benjamin Rocher). Ma si può legittimamente affermare che non hanno smesso del tutto di parlarci di noi, e in particolare in tempi come questi in cui i non-morti vanno così di moda possono dirci molto di noi come pubblico. E che razza di pubblico siamo se ignoriamo quasi completamente una serie brillante e audace come Dead Set (2008) mentre acclamiamo quale capolavoro e letteralmente divoriamo una robetta scritta male come le prime due stagioni di The Walking Dead (2010-oggi)? E se è vero che “noi siamo loro”, che figura facciamo quando loro diventano dei ragazzetti melensi e vagamente emo alla Twilight (Warm Bodies, 2013, di Jonathan Levine)? In effetti, se questa è la roba che ci piace, a quanto pare abbiamo in comune con loro quanto meno una conclamata morte cerebrale dalla quale, temo, non c’è resurrezione.

 

POVERI MA BILLY

L’appendice a basso budget di roba bizzarra o altrimenti interessante…

Doverosa premessa: qui la simbologia socio-politica è (quasi) del tutto assente, ma questi zombi un’emozione o due la regalano, quindi eccoci qua!

Dead Snow (2009, di Tommy Wirkola): omaggio a La Casa 2 (1987, di Sam Raimi) a base di zombi nazisti tra le nevi della Norvegia. Splatter e divertente.

Eaters – Rise of the Dead (2010, di Marco Ristori e Luca Boni): zombi livornesi con pochissimi soldi e tanta passione. Cafone come i migliori anni ’80.

Mucha Sangre (2002, di Pepe de las Heras): grottesco ed esilarante figlio del primo cinema di Jackson e Raimi (ma non lo sono un po’ tutti?), tra alieni sodomiti e killer che assurgono all’improbabile ruolo di eroe.

Plaga Zombie (1997-2001-2011, di Pablo Parés e Hernán Sáez): trilogia argentina a budget ed efferatezze crescenti. Con tanto di wrestler e scena musical.

Splatters – Gli schizzacervelli (1992, di Peter Jackson): liquami a non finire, e il miglior impiego di un tosaerba mai fissato su celluloide. Pietra miliare del genere zombedy.

Undead (2003, di Michael e Peter Spierig): un pescatore pistolero affronta l’apocalisse zombi, e nel frattempo fa anche a cazzotti con un pesce non-morto. Serve altro?

Zombie Honeymoon (2004, di David Gebroe): amara commedia indipendente su una luna di miele finita in tragedia. Agrodolce

Zombie Western – It Came from the West (2007, di Tor Fruergaard): cortometraggio danese,  a base di zombie nel far west… in versione pupazzo da teatrino! Magico.