BILLY torna, dopo qualche anno di assenza, alla Mostra del Cinema di Venezia, e seguirà per voi, con il nostro amato redattore Emilio Occhialini, tutto quanto di bello e di brutto succederà al Lido in questi straordinari giorni!

Dopo l’estasiante visione del nuovo e universale documentario di Wiseman la mostra è quasi giunta al termine. Nuovi film e registi sono stati i protagonisti di questi ultimi giorni, tanto da attirarsi all’ultimo minuto schiere di sostenitori per il Leone d’Oro, al punto che pure io mi sono dovuto ricredere sui possibili vincitori dopo le sorprese che mi sono capitate sott’occhio. Facendo un resoconto finale dei film che sono riuscito a vedere in questa seconda parte del festival, o almeno di quelli che sono riuscito a vedere, perché non tutto è stato umanamente possibile, ci avviamo a voltare l’ultima pagina di quella che è stata una buona edizione; un’edizione molto in linea con l’attualità di oggi, dove molti autori ci hanno regalato il loro sguardo per riflettere, oltre al cinema e con esso, su fenomeni delicati quali l’immigrazione, l’ambiente e la politica dei nostri ultimi anni.

No non ho parlato ancora del fatto che in questi giorni è stato difficile tornare nelle varie sale del Lido dopo le ultime due puntate conclusive di Twin Peaks, ma per fortuna certi registi mi hanno talmente trasportato nei loro film che me ne sono quasi dimenticato (chi nel bene e chi nel male, molto male). E dopo qualche giorno di bel tempo non si sono fatti neanche mancare i diluvi universali per i quali mi ricorderò molto bene questa edizione del Festival. Ma ora procediamo…

La curiosità per il nuovo film dell’irlandese Martin McDonagh era tanta dopo due commedie come In bruges e 7 psicopatici, la prima ormai divenuta una piccola pietra miliare del cinema nordeuropeo mentre la seconda, discreta, segnava la prima tappa per il regista negli Stati Uniti. Curiosità ripagata caldamente con questa seconda opera statunitense intitolata Three billboards outside Emmit, Missouri. Francis MacDorman (su cui punto tutto per la Coppa Volpi, e tra qualche mese anche un Oscar) è Mildred, che decide di affittare tre insegne su una strada di campagna vicino a Emmit per mettere in cattiva luce la polizia locale, capitanata dallo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson) e il poliziotto Dixon (uno strepitoso Sam Rockwell), dopo sette mesi dalla morte di sua figlia, della quale nessun poliziotto sembra non preoccuparsi di chi sia il colpevole. Con un cast d’eccezione, e una regia ispirata, MacDonagh firma una commedia fresca, viva e densa di black humour, dove ogni personaggio, gag e scena è calibrato perfettamente per non eccedere mai troppo nella commedia e nemmeno troppo nella tragedia. E di tragedia in questa commedia c’è n’è tanta, e ne emerge un ritratto duro e crudo dell’America provinciale.

La sezione Orizzonti non l’ho potuta approfondire più di tanto purtroppo, dato che ho visto solo due film in essa: uno è l’islandese Under the tree, e l’altro è questo sperimentale documentario Caniba. Sicuramente la visione più turbante di tutto il festival, dalla quale a distanza di giorni ne sento ancora gli effetti. Véréna Paravel e Lucien Castaing-Taylor ci mostrano Issei Sagawa, noto criminale giapponese che si cibò di una ragazza in gioventù, intrattenere un lento ed etereo dialogo con suo fratello Jun, anch’egli affascinato da desideri perversi e carnali. Una delle opere più suggestive del Festival, nonostante abbia l’unico limite di nascere come installazione visiva e quindi di avere un ritmo contemplativo, non per tutti, dove la telecamere dei due documentaristi, appiccicata sempre alla volto fuori fuoco dei due fratelli, diventa uno strumento di studio del linguaggio corporeo e filmico, catalizzatore dei desideri carnali, erotici e feticisti. Arte visiva che mette a dura prova l’attenzione e l’animo dello spettatore.

Stupisce invece Hirokazu Koreeda che torna in concorso con The third murder, thriller giudiziario che ci porta nei meandri oscuri della giurisdizione giapponese. Dopo Father and son, Our little sister e After the Storm il regista ci racconta le imprese di un avvocato per difendere un uomo incriminato di omicidio, già colpevole di un altro omicidio trent’anni prima. Man mano che seguiamo le indagini dell’avvocato la verità pare sempre più sgretolarsi, farsi impalpabile e inesistente. Lento, verboso, macchinoso e antispettacolare rimane un’opera indubbiamente affascinante, ritratto della relatività umana nel ricercare una vana verità e ancora una volta specchio di un paese di padri assenti.

Ci è voluto Darren Aronofsky per toccare il punto più basso di tutta questa edizione con il tremendo mother!, horror mistico che vede una coppia mettere in pericolo la loro relazione quando misteriosi ospiti incominciano a presentarsi nella loro abitazione. Tolti i riferimenti più che espliciti a Rosemary’s baby Aronofsky costruisce un incubo attraverso gli occhi di Jennifer Lawrence, inquadrandola per 2 ore con vicinissimi primi piani a camera a mano mentre fa due espressioni in croce, e affastella una serie infinita di puerili riferimenti biblici con il solo risultato finale che ne emerge un’arrogante, infantile ed eccessivamente misantropa condanna al genere umano fine a se stessa. Non si nega tuttavia un certo gusto nel costruire sequenze di impatto e prediligere una bella fotografia in 35mm ma spesso si cade in scene al limite del ridicolo, dove le risate rubano la precedenza agli spaventi.

Forse il film più atteso del festival è stato proprio Mektoub, My Love: Canto Uno, che dopo le prime proiezioni stampa di giovedì ha accolto il favore unanime del pubblico e della critica per il Leone d’Oro. Dopo quattro anni dalla Palma d’oro per La vita di Adèle Abdellatif Kechiche fa esplodere la sala con un fluviale racconto di formazione dove per tre non succede nulla, eppure c’è di tutto. Con una forte impronta autobiografica il regista tunisino ci riporta nell’estate del 1994, dove un gruppo di amici di famiglia filippina passano le giornate al mare, al ristorante e in discoteca. Tra tradimenti, delusioni, atti mancati, amori non ricambiati e una continua tensione tra il dionisiaco e apollineo Kechiche incanta con la sua sensibilità e un voyeurismo carnale per i corpi fertili delle giovani protagoniste. Un inno alla vita e alla giovinezza, alla quotidianità che sommerge e stravolge il cinema.

Concludo con due film fuori concorso, entrambe di registi storici. Abel Ferrara ci racconta in Piazza Vittorio la realtà della vita in cui da poco egli si trova, e con lui i giovani immigrati, altri anziani, volti noti quali Willem DaFoe e Matteo Garrone, gente che ha visto mutare l’aspetto della piazza nel giro di 60 anni fino ad intervistare esponenti di Casapound (cosa che ha fatto storcere il naso a non pochi). Una piccola perla, a mio parere, che restituisce uno sguardo universale sul mondo attuale raccontandoci una piccola realtà, senza mai porsi con troppa autoreferenzialità e presunzione nel fornire una risposta al problema.

L’ultimo film visto invece segna il ritorno di John Woo con il thriller Manhunt. Un ritorno non proprio sobrio e asciutto, ma un piacevole divertissement dove il maestro del cinema action si diverte a non prendersi mai troppo sul serio, ripescando Intrigo internazionale di Hitchcock e rileggendolo con il suo stile folle, ipercinetico e citazionista per tutta la durata. Non di certo un testamento artistico, ma un puro e sano tour de force che i fan del regista potranno pienamente apprezzare.

Ovviamente Venezia, come molti altri festival, è un’occasione per recuperare classici senza tempo, e io ho avuto modo di rivivere opere come Gli amanti crocifissi e L’intendente Sansho di Kenji Mizoguchi, Il sapore del riso al tè verde di Ozu, L’occhio del maligno di Chabrol e Femmina ribelle di Raoul Walsh, restaurati in tutto il loro splendore e la loro modernità.