BILLY torna, dopo qualche anno di assenza, alla Mostra del Cinema di Venezia, e seguirà per voi, con il nostro amato redattore Emilio Occhialini, tutto quanto di bello e di brutto succederà al Lido in questi straordinari giorni!

Quest’anno al lido di Venezia l’atmosfera è strana, agitata, sia per quanto riguarda il tempo, tanto che impetuosi acquazzoni hanno minacciato di sommergere le sale, sia perché questa notte sono andate in onda le ultime due puntate di Twin Peaks, tanto che io e molti altri abbiamo vissuto la prima parte del festival cercando disperatamente un modo per restare al passo con Showtime. Maggiore sarà la malinconia che ci porteremo nei giorni successivi, una volta che Twin Peaks sarà conclusa. Si sperava persino nella bella sorpresa di poter vedere il gran finale a Venezia, dato che cade a pennello in questi giorni, dopo l’inaugurazione a maggio al festival di Cannes; speranza disillusa: si è preferito dare la precedenza alle prime due puntate di Suburra, serie prodotta da Sky e diretta da Michele Placido.

Tuttavia bisogna ricordarsi che siamo qui perché amiamo il cinema e abbiamo avuto l’occasione di vedere tanti film, alcuni belli altri meno, tanto da staccare la testa dal “problema Twin Peaks” su cui mi sono già fin troppo soffermato.

Com’è tradizione ormai da più anni, il film d’apertura di questa 74° edizione potrebbe essere, purtroppo, uno dei grandi candidati alla cerimonia degli Academy Awards del prossimo anno. Mi riferisco a Downsizing di Alexander Payne. Dico “purtroppo” perché questa volta l’apertura non è stata così entusiasmante come l’anno scorso con l’esplosivo La la land. Il film di Payne non è un brutto film, ma dopo una prima ora promettente in cui ci si abbandona piacevolmente al giochino distopico di una umanità che trova la salvezza nella “miniaturizzazione”, la sceneggiatura si perde in soluzioni narrative scontate, pretenziose e moraliste troppo banali nel trattare il tema ambientale, molto presente tra l’altro in buona parte dei film in concorso. Dal regista del bellissimo Nebraska ci si aspettava sicuramente di più, e non ho dubbi che l’Academy si lascerà incantare da questa commedia che lascia il tempo che trova.

Purtroppo non ho potuto vedere Nico, 1988, film d’apertura per la sezione Orizzonti, dovendo così ripiegare su Under the tree, commedia nera islandese diretta dal giovane Hafsteinn Gunnar Sigurosson che vede una coppia di vicini combinarsene di tutte i colori. Il problema è che, sebbene un discreto gusto visivo, il tono del film precipita nel ridicolo involontario, allontanandosi precipitosamente dalla ricerca di humor cinico alla Coen.

Per fortuna a risollevare la giornata dopo queste prime due deludenti visioni ci ha pensato Schrader, in concorso con First reformed. Film strepitoso che vede Ethan Hawke nei panni del reverendo Toller, il quale vedrà vacillare le sua fede una volta conosciuto il marito di Mary (Amanda Seyfried), stereotipo dell’attivista ecologista che ha perso ogni speranza nel mondo tanto da voler fare abortire la moglie. Schrader, uno dei più sottovalutati registi della storica New Hollywood, ci regala una summa della sua poetica, da Hardcore a Taxi Driver, portando avanti un discorso sul cinema, e la morte di esso, avviato con il liminale The Canyons, omaggiando anche il grande cinema europeo a lui tanto caro – in particolare l’opera di Bresson, su cui scrisse la sua tesi prima di diventare regista. Una visione dura e suggestiva, al punto che ho dovuto rinunciare alla proiezione successiva per metabolizzarla per bene, con un Ethan Hawke nel ruolo della carriera, sperando che riceva un più che meritato premio.

Spiazzante invece la visione del nuovo documentario fuori concorso del grande William Friedkin, ovvero The devil and father Amorth perché pare di trovarsi davanti a una puntata di Voyager, con Friedkin pronto a filmare un esorcismo di una ragazza italiana da parte di padre Amorth (deceduto all’età di 91 anni proprio l’anno scorso). Tra inquietanti e lunghe riprese dell’esorcismo, interviste a neurochirurghi, deliranti montaggi in lugubri chiese e gli storici set dell’Esorcista, difficilmente non si cade nel ridicolo involontario, ma se si sta al gioco si esce dalla sala piacevolmente divertiti.

Poi è stato il turno della nuova fatica di Guillermo Del Toro che porta in concorso The shape of Water, una rilettura del La Bella e la bestia calata nella provincia americana della corsa allo spazio. Riprendendo il Mostro della laguna nera del ’54, che ricorda palesemente  l’Abraham Sapien di Hellboy 2, e un’immaginario dell’epoca molto kitsch, ci si trova davanti a un’operazione riuscita a metà. Tra continui riferimenti a stereotipi dell’epoca che trattano solo in maniera superficiale il tema del diverso, Del Toro si limita a mettere in scena una classica love story omaggiando da una parte il cinema horror fantascientifico degli anni ’50 e dall’altra il musical anni ’30. Con qualche lungaggine di troppo, il film dimostra certi limiti (già riscontrati nei lavori precedenti) ma se lo si prende così com’è si esce dalla sala giustamente divertiti.

La sezione restauri di quest’anno ha portato alla luce grandi classici, da Rosita di Lubitsch fino a perle del cinema anni ’80 come Tutto in una notte. Uno dei film che più hanno destato la mia curiosità è stato Va’ e vedi di Elem Klimov. Grazie al restauro della Mosfilm, che restituisce al film tutta la sua bellezza cromatica e formale, ho potuto riscoprire una delle più grandi opere e riflessioni sull’orrore della seconda guerra mondiale.

Torna in concorso l’inglese Andrew Haigh – dopo Weekend  e 45 anni – con Lean on Pete, film di formazione che segue Charley e il cavallo Pete in un lungo viaggio dagli angoli più degradati della provincia americana fino ai grandi paesaggi e simboli del mito della frontiera. A volte si pigia un po’ troppo il pedale della tragedia e non sempre il film presenta una struttura omogenea, ma la sensibilità con cui viene trattato il viaggio è affascinante ed emoziona con sincerità e grande estro visivo.

Dopo il Leone d’oro vinto con Lebanon, torna anche Samuel Maoz con Foxtrot, commedia non proprio riuscita. La seconda parte, che segue ironicamente le giornate prolisse di quattro giovani soldati in un avamposto militare nel deserto, è quella più riuscita e divertente. I problemi sorgono nel momento in cui Maoz decide di incorniciare in modo disomogeneo il tutto in mezzo al dramma famigliare, limitando il film e la spassosissima seconda parte a qualcosa di abbozzato, che non riesce mai a trovare qualcosa da dire.

Standing ovation invece per Vince Vaughn dopo la proiezione notturna di Brawl in cell block 99, in concorso e secondo lavoro del regista S. Craig Zahler, che già tre anni fa aveva esordito con l’atipico e violentissimo western Bone tomahawk. E di violenza in questo film ce n’è tanta, in una discesa agli inferi che vede Vaughn nei panni di Bradley Thomas, incarcerato dopo un lavoro sporco andato male e costretto a farsi internare in un carcere di massima sicurezza per salvare la moglie incinta. Già un piccolo cult che regala un personaggio memorabile, dove la presenza scenica di Vaughn è fondamentale. Una delle proiezioni più indimenticabili del festival tra urli, risate di pancia per l’umorismo nerissimo e continui applausi al cast in sala dopo ogni singola scazzotata.

Delude invece Suburbicon, attesissima nuova pellicola di George Clooney che riprende una (vecchiotta) sceneggiatura dei fratelli Coen. Non un brutto film, ma facilmente dimenticabile perché Clooney sembra voler imitare, senza riuscirci, lo stile dei Coen, non riuscendo a recuperarne l’umorismo (se non qualche scena azzeccata); così facendo il film fa fatica a decollare se non nell’ultima parte, tra continui ed eccessivi colpi di scena. Una commedia nera troppo poco coraggiosa in cui i personaggi rimangono delle macchiette utili per confezionare una spudorata critica antitrump, riuscita purtroppo solo a metà.

Concludo con le ultime due proiezioni di domenica, entrambe due documentari. Il primo è stato Ryuichi Sakamoto: Coda, delicato e intimo viaggio che segue il grande musicista giapponese contro due lotte, quella con il cancro e quella contro il nucleare dopo il disastro di Fukushima. Ma è anche un’esperienza nella musica e nel cinema, attraverso le collaborazioni con registi quali Bertolucci, Oshima e Inarritu che porteranno alla creazione dell’ultimo album asynch, una immaginaria colonna sonora per un altrettanto immaginario film di Tarkovskij, tanto caro a Sakmoto. Stephen Nomura Schible ci racconta un uomo, prima che un musicista, e lo fa con una leggerezza tale, nel trattarne la semplice quotidianità, che pare di trovarsi in un film di Ozu. Visione meditativa e ricca che ha preceduto il film evento del festival che in molti aspettavano, e sto parlando dell’ultima opera di Frederick Wiseman Ex Libris – The New York public library. Durante tutta la durata titanica di tre ore e un quarto, Wiseman immerge il suo sguardo universale all’interno della New York Public library, e ne emerge un ritratto sociale e umano della società americana degli ultimi anni. Tra conferenze, riunioni di lavoro e gente comune atta a svolgere le sue semplici mansioni mi sono ritrovato ipnotizzato a seguire questa visione fluviale, mai didattica ma viva, autonoma e ricca di riflessioni sull’arte, la vita, il lavoro, dalla politica fino alla società odierna.