Quasi alla soglia dei novant’anni, dopo una carriera costellata da premi e riconoscimenti, Clint Eastwood non sembra ancora stanco di raccontarci la sua America, i suoi eroi, le sue storie di persone qualunque a cui il fato ha riservato un percorso speciale di redenzione e legittimizzazione della propria identità, che si trovano alle prese con eventi più grandi di loro, e proprio per questo riescono a trovare il loro posto, il loro equilibrio, a compiere quello che sembra essere il loro destino . L’America di Clint Eastwood – soprattutto quella della sua produzione più recente – è quella che vive lontano dalle grandi città, lontana dai grandi eventi del mondo ma che ne subisce i cambiamenti, quella che rimane lontano dai riflettori e dalle telecamere, quella della working class; i suoi personaggi sono quelli cresciuti col mito delle armi e delle forze armate, che hanno ricevuto una rigida educazione cristiana, che non hanno grandi capacità  ma che se messi alla prova tengono  alto il nome della bandiera e dei valori in cui credono e con cui sono cresciuti; le sue storie sono quelle di persone normali che si ritrovano il quartiere abitato da immigrati (come in Gran Torino), sono storie di persone ordinarie che si trovano di fronte all’evento straordinario che cambia loro la vita. In sostanza, quella che racconta Eastwood, è l’America di Trump, quella che costituisce la sua base elettorale, così vicina e così lontana dal Presidente. Ma ciò che stupisce, di Clint Eastwood, è il desiderio di raccontarci queste storie sempre in maniera diversa, sperimentando linguaggi – narrativi e di genere – sempre diversi: nel corso della sua lunga carriera si è cimentato col western, col poliziesco, con il film di guerra, con Jersey Boys ha addirittura toccato il musical. Quello che ci confeziona con Ore 15.17 Attacco al treno è quanto di più lontano il titolo ci possa suggerire,e talmente distante dalla sua precedente produzione che a Eastwood non sembra interessare minimamente il concetto di intrattenimento o di movimento narrativo, e tantomeno sembra interessargli raccontare il fatto di cronaca a cui il film si ispira, visto che la scena in cui i protagonisti sventano l’attacco del terrorista sul treno dura una manciata di minuti, e il film non si cura di creare nello spettatore quella suspance che ci si aspetterebbe. Ciò che interessa al regista è raccontare le storie dei suoi protagonisti, con un taglio quasi documentaristico (tanto che gli attori sono gli stessi ragazzi che hanno salvato le vite dei passeggeri del treno), delle loro infanzie e del rapporto tra di loro, dei loro sogni e dell’ educazione che hanno ricevuto, di ciò che su quel treno lì ha spinti a compiere quel gesto, a compiere il loro destino, a diventare quegli eroi americani che Eastwood ama raccontarci.

  • Marco Bacchi
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La scheda

Titolo originale_The 15:17 to Paris
Paese di produzione_Stati Uniti d’America
Anno_2018
Regia_Clint Eastwood
Soggetto_dal libro di Jeffrey E. Stern, Spencer Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos
Sceneggiatura_Dorothy Blyskal
Produttore esecutivo_Bruce Berman
Casa di produzione_Malpaso Productions Village Roadshow Pictures, Warner Bros.
Distribuzione (Italia)_Warner Bros.
Fotografia_Tom Stern
Montaggio_Blu Murray
Musiche_Christian Jacob
Scenografia_Kevin Ishioka