Negli ultimi anni mi sono avvicinato al cinema horror, genere che per molto tempo ho evitato in quanto grande cagasotto. A farmi “vincere la paura”, oltre al fatto di sentirmi meno impressionabile forse per l’età che avanza, sono stati anche preziosi consigli di amici su film giusti da vedere e la presa di coscienza, notando anche le critiche a livello cinematografico, che qualcosa all’interno del genere stava cambiando; che, finalmente, gli horror tornassero a essere concepiti non più, come accaduto per troppo tempo, solo come prodotti mal realizzati fatti per incassare e spaventare ragazzini (tanto per fare qualche esempio più o meno recente da cui stare alla larga: Wrong turn: Il bosco ha fame, Catacombs – Il mondo dei morti, Stay Alive, i remake vari di Non aprire quella porta, Nighthmare, San Valentino di sangue, ecc.), ma come uno strumento importante per parlare di argomenti estremamente attuali e profondi in grado di mostrare le sfaccettature dell’animo umano.

Non saprei dire con certezza quali fattori abbiano portato a un cambiamento di rotta, ma un fondamentale contributo a rilanciare il prodotto è stato dato, a mio avviso, dalla filosofia della casa di produzione Blumhouse (che prende nome dal fondatore Jason Blum), la quale realizza, volutamente, film horror a basso budget, valorizzando il più possibile l’idea portata in scena senza eccessivi effetti speciali e jump scare; poi non sempre il risultato è soddisfacente (vedi Ouija e Unfriended), ma è innegabile che lavori come Insidious (2011) e Insidious 2 (2013) di James Wan, Sinister di Scott Derrickson (2012), la trilogia de La notte del giudizio di James De Monaco (2013, 2014, 2016), Viral di Henry Joost (2016), Split di Shyamalan (2017), Auguri per la tua morte di Cristopher Landon (2017), siano eccellenti.

A consacrare infine il lavoro della Blumhouse sul cinema horror (e, mi chiedo, a sancire il rilancio definitivo del genere?), è stata la nomination all’Oscar come miglior film del 2017 di Scappa – Get Out dell’esordiente Jordan Peele. Un film politico incentrato sul razzismo nell’ipocrita società americana dei nostri giorni (logico dunque pensare che la nomination sia arrivata anche in chiave “anti-Trump”). Il protagonista, Chris, è un giovane afroamericano che si reca con la sua ragazza nella villa dei genitori di lei. Questi ultimi lo accolgono con calore e affetto, senza pregiudizi. Presto però Chris scopre che tutta la famiglia fa parte di una setta, composta interamente da americani bianchi alto borghesi, che ha scoperto come allungare la propria vita mediante l’ipnosi e la chirurgia cerebrale: ipnotizzata la vittima, sempre un giovane ragazzo di colore, il suo cervello viene rimosso per inserirci quello di un membro della setta che così si ritrova a vivere in un corpo più giovane, mentre l’anima della vittima vaga in un “mondo sommerso”. Chris dovrà quindi usare tutte le sue forze per cercare di scappare e salvarsi. Un’opera che testimonia come il volto razzista dell’America sia tutt’altro che eliminato, al di là delle posizioni di facciata.

Se la Blumhouse si gode il successo, la vera notizia positiva è che il bel cinema horror non dipende esclusivamente da lei, ma inizia sempre più a prendere piede, e per dimostrarlo vorrei soffermarmi ora su qualche film uscito in Italia negli ultimi 3/4 anni (cercando poi di consigliarne qualcun altro affine) che attraverso “la paura” è riuscito a trattare tematiche importanti e attuali.

Non poteva che essere Babadook di Jennifer Kent (2014) a aprire le danze. Horror psicologico girato per gran parte all’interno di una casa, racconta la storia di una madre rimasta vedova e del figlio, nato nello stesso giorno della morte del padre, motivo per cui la madre non riesce a amarlo davvero, che vengono perseguitati dall’uomo nero Babadook, presenza evocata dalla scoperta di un libro che la donna non ricordava di avere in casa. Al di là dell’aspetto tecnico, il film è girato benissimo e carico di tensione per tutto il tempo, quello che la regista vuole raccontare è il rapporto madre-figlio, di come la presenza dell’uomo nero rispecchi tutto l’odio represso della donna verso il bambino e la sua vita in generale, un odio che è necessario affrontare per esorcizzarlo per poi ricominciare a vivere davvero. Non solo, Babadook trasmette l’idea che la paura fortifichi i rapporti, che ci sia bisogno anche di essa per esistere, come il finale tende a dimostrare.

[Sulla tematica madre-figlio mi sento anche di consigliare La madre di Andrés Muschietti (2013) e ancor di più Goodnight Mommy di Veronika Franz e Severin Fiala (2014) da noi uscito direttamente in home video].

Se dovessi scegliere un film da fare vedere a degli adolescenti, ma anche ad adulti fatti e finiti, la scelta ricadrebbe su It Follows di David Robert Mitchell (2014). È la storia di Jay, una ragazza giovane che una sera esce con un ragazzo con cui in seguito ha un rapporto sessuale al termine del quale lui la narcotizza e la lega ad una sedia. Al risveglio Jay viene a sapere che il ragazzo era perseguitato da un’entità malvagia (che assume le forme di persone prevalentemente nude e che camminano lentamente), e che ora sta dando la caccia a lei e per liberarsene dovrà avere un rapporto con un’altra persona in modo da passarle la maledizione. Nel caso poi l’entità uccida la persona contagiata la maledizione ricadrà sulla vittima precedente. Jay, aiutata dai suoi amici, cercherà di trovare un modo per uscirne. Siamo di fronte a un film bellissimo per vari aspetti: ci mostra la solitudine dei ragazzi protagonisti, la presenza degli adulti è infatti pressoché nulla, che vivono in un America tutt’altro che splendente; il sesso è privato di ogni aspetto educativo, sentimentale e visto come un passatempo; la figura del “mostro” è fantastica poiché assume sempre le sembianze di persone diverse, quindi non ha mai due volte lo stesso aspetto e fa sì che possa essere interpretato in vari modi; infine le musiche sono utilizzate in maniera eccezionale. Il finale poi è forse l’unico momento in cui anche i sentimenti dei ragazzi paiono riaffiorare, a dimostrare che se la paura si affronta insieme ci si sente più forti contro di essa.

Infine è impossibile non parlare di The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016), in generale uno dei film più importanti degli anni 2000. L’opera racconta di Jesse, una aspirante modella sedicenne che tenta di fare carriera nel mondo della moda riuscendoci in brevissimo tempo per via della sua bellezza “acqua e sapone” che, giudicata straordinaria da tutti, ha un potere stregonesco. Questo successo però susciterà l’invidia delle colleghe spingendole a un vero e proprio odio che porterà il tutto a un epilogo terrificante. Quello di Refn è un film sulla bellezza e sulla ossessione per essa, come dimostra sia l’aspetto tecnico (fotografia, musiche, montaggio) che contenutistico: la bellezza è croce e delizia per chi la porta e riflette in maniera incredibile il mondo odierno basato sempre più sull’estetica, sull’apparire per nascondere tutto l’oscuro che c’è sotto.

[Riguardo poi le streghe nel cinema horror negli ultimi anni non perdetevi Le streghe di Salem di Rob Zombie (2012), The Witch di Robert Eggers (2015) e Autopsy di André Øvredal (2016)].

Possiamo dunque vedere come l’horror negli ultimi anni sia stato usato per parlare di tematiche politiche, sociali, sentimentali e molto altro. Si potrebbero citare molti altri film, ma vorrei invece concludere con le parole di Refn: «l’horror è l’unico genere che possa offrire una complessa moltitudine di possibilità, non come il cinema d’azione o la commedia romantica. I sottotesti che puoi raccontare nell’orrore e nella fantascienza, che spesso si mischiano insieme, sono praticamente infiniti.» Aggiungo che visto il mondo in cui viviamo oggi, tutt’altro che idilliaco, forse non esiste nessun linguaggio migliore di quello del cinema horror per raccontarlo e magari anche a questo si deve la sua importante rinascita.