Da qualche parte nella periferia romana, Marcello gestisce una bottega di toelettatura per cani, vive armoniosamente con le persone della comunità che gli stanno vicino e con la figlia, che vede occasionalmente. Il vizio di consumare di tanto in tanto cocaina lo lega a Simone, ex pugile dai modi violenti che sfrutterà il povero Marcello, fino a che questi non mediterà una soluzione per porre fine all’instabilità portata dall’amico all’interno della comunità.

A tre anni di distanza dalla sua incursione nel fantasy, Garrone decide di portare sul grande schermo una storia che da tempo lo interessava, ancor prima del Racconto dei racconti, ma che per alcuni motivi ha sempre dovuto rimandare. Si tratta di un fatto di cronaca, quelli che piacciono tanto a Garrone e dal quale è sempre partito per indagare il male e la mente umana nel suo cinema delle origini (L’imbalsamatore su tutti). Si tratta del famoso scandalo del “Canaro della Magliana”, Pietro De Negri, proprietario di un lavaggio per cani che uccise e torturò Giancarlo Ricci, ex pugile e criminale che da tempo gli arrecava non poco danno.

Se il lavaggio per cani venne trasformato effettivamente in un teatro di tortura (De Negri affermò inizialmente che torturò la sua vittima per 7 ore consecutive), a Garrone poco importa; il suo film non si muove solamente sulla superficie della cronaca e i suoi personaggi non sono quelli reali (le accuse dei parenti della vittima reale appaiono quantomeno assurde in questo caso).

Marcello entra di diritto nel novero dei tipici personaggi “garroniani”; è un outsider prigioniero di quell’Italia fatiscente e abbandonata a se stessa, fatta di grandi edifici in rovina, frutto di speculazioni edilizie d’altri uomini di cui non verremo a conoscenza. A Garrone interessano i suoi personaggi; il suo sguardo si ritrova nel loro sguardo disincantato sul mondo: vagano nel loro regno magico, s’imbattono tra luci e ombre, tra un sorriso di felicità condiviso con la figlia e i piccoli vizi criminali, come quelli che trascinano inevitabilmente Marcello a scontrarsi con la sua bontà d’animo, e quelli che lo portano a ritornare sul luogo del furto per salvare un cane congelato dai complici del colpo.

Dogman è però anche una storia intrisa di rapporti umani ambigui, in perfetta sintonia con gli altri film, come i rapporti mentore-apprendista tra Peppino Profeta e Valerio de L’imbalsamatore, quelli presenti in Primo Amore e quelli tra il Servillo e il suo giovane collega di lavoro in Gomorra, dove ci si imbatte anche nel rapporto d’amicizia e stretta dipendenza tra due giovani amici criminali, Ciro e Marco. In Dogman si racconta un’amicizia, una stretta amicizia declinata nei suoi aspetti più morbosi o, ancora meglio, una stretta “d’amicizia”: quella di Simone in cui si trova inizialmente l’esile Marcello, mentre gli chiede un po’ di coca; quella di Simone sul banco di lavoro durante i suoi ultimi respiri, e l’ultima infernale camminata di Marcello in spiaggia col peso di un amico, di una vittima, di un fardello e di una mancata redenzione.

È la parabola di una deflagrante tensione tra corpi: da un lato quello esile e debole di Marcello, dall’altro quello di Simone, imponente e opprimente, instabile nei margini limitati di un’inquadratura come anche in quelli di una gabbia. È un continuo susseguirsi di negoziazioni, prima di semplici richieste, poi di complicità in furti, di viaggi promessi alla figlia, di “lavoretti innocui e fatti per bene” e infine di pene scontate nel silenzio, le stesse che porteranno Marcello a un cambiamento. Prima il mantenimento di uno status nella comunità con gli amici del bar, poi la svolta e l’inevitabile presa di coscienza di sé, la vendetta e la ricerca di una redenzione senza catarsi, specchio di un disfacimento che si insinua nel paesaggio urbano circostante.

Ancora una volta, Garrone si muove nel paesaggio per raccontare la sua discesa agli inferi, laddove Gomorra si presentava come l’ultimo stadio di una fantascienza che non può essere più tale, ormai troppo radicata nel presente coi suoi edifici affollati che segnano il punto più basso dell’ascesa/discesa verticale nella futuristica metropoli prevista da Blade Runner. Questa sensazione rimane anche in Dogman, dove tutto è più desertico, e alla benzina di Mad Max si sostituisce il cemento della zona in cui si muovono Marcello e Simone. Ma Garrone va ancora più indietro nel tempo e a tratti riesce a far respirare la presenza dei classici di John Ford e Hawks. Sì, perché Dogman è un western moderno nel costruire il lento susseguirsi di azioni e tensioni che compiono i protagonisti, nel tracciare una comunità piccola con le sue proprie botteghe e i suoi propri valori, messi a repentaglio da un “fuorilegge”. L’azione di Marcello, che presumibilmente riporterà l’ordine nella comunità, è un segreto di noi soltanto, così come lo è per gli occhi degli amici a quattro zampe, spettatori ingabbiati, semplici osservatori incapaci di agire alle malefatte che prendono luogo in un lavaggio per cani da qualche parte nella periferia di Roma.

Un grande e piccolo film, come il suo protagonista (un bravissimo Marcello Fonte che ha incantato Cannes, guadagnandosi giustamente la Palma), che dimostra la grandezza di Matteo Garrone nel cinema contemporaneo nostrano, sospeso tra cronaca e favola, sia nei singoli film sia nella sua filmografia, tanto che il suo Pinocchio è già in produzione, e noi lo aspettiamo speranzosi nel frattempo con il bel ricordo di questo ultimo film.

  • Emilio Occhialini
3.5

La Scheda

Titolo_Dogman
Regia_Matteo Garrone
Interpreti_Marcello Fonte, Edoardo Pesce
Produzione_Rai Cinema, Archimede, Le pacte