È uscito da qualche mese, direttamente in home video (figurarsi se lo passavano al cinema), L’impero delle ombre, l’ultimo film del sudcoreano Kim Jee Woon, uno dei migliori registi orientali degli anni 2000, autore di grandi opere che spaziano dal gangster movie (Bittersweet Life), passando per l’horror (Two Sisters, I Saw The Devil) fino al western (Il buono, il matto e il cattivo).

Questa volta, Jee Woon Kim ha deciso di cimentarsi in una spy story ambientata nella Corea della fine degli anni ’20, durante l’occupazione giapponese. Protagonista è il poliziotto coreano Lee Jung-chool (che ha fatto carriera all’interno della polizia giapponese fornendo informazioni sui suoi stessi connazionali), a cui viene affidato l’incarico di scoprire l’identità dei membri del principale gruppo di resistenza armata all’occupazione giapponese, detto “Virtuosa Fratellanza”. Le indagini conducono il poliziotto fino a Kim Woo-jin, figura importante del gruppo che, come come copertura, fa l’antiquario, mentre contrabbanda esplosivi da Shanghai a Seoul. Tra i due nasce un rapporto di apparente collaborazione e amicizia (entrambi fanno il doppio gioco, essendo a conoscenza l’uno dell’altro), che subisce una svolta quando, attraverso Kim, Lee arriva a Che-san, il capo della resistenza. Quest’ultimo, infatti, propone a Lee di unirsi a loro sul serio per la causa coreana, convinto che possa aiutarli nonostante il suo passato di traditore. Lee dunque si trova di fronte ad una scelta: far saltare il piano della resistenza, oppure legare il proprio destino a Kim e al resto della banda? Da qui il livello di tensione continuerà a crescere, accompagnandoci fino al clamoroso finale.

Ancora una volta, Kim Jee Woon dimostra tutto il suo talento, mettendo in scena un’opera fortemente politica, tratta dalla storia vera di un poliziotto che decide di schierarsi apertamente dalla parte dei propri connazionali. Non per niente, il film è dedicato al valore dei combattenti della resistenza coreana. E a dimostrare che, a distanza di anni, i rapporti tra i due Paesi restano tesi, il ricordo delle angherie subite è tuttora ben presente nella memoria dei coreani: anche se le autorità giapponesi hanno chiesto scusa per il periodo di occupazione (iniziato nel 1910 e terminato solo alla fine della Seconda Guerra Mondiale), non hanno mai tradotto queste scuse in atti concreti. Ad oggi, infatti, rimangono ancora in sospeso questioni territoriali, e la vicenda delle “donne di conforto” (crimine di guerra compiuto nei confronti di un altissimo numero di donne coreane, costrette a prostituirsi per soddisfare i soldati giapponesi) sulla quale il governo giapponese non si è mai sbilanciato, con delle scuse ufficiali mai presentate personalmente delle più alte cariche dello Stato. Non a caso, nel film di Jee Woon Kim le donne della resistenza hanno un ruolo chiave nello svolgimento della vicenda, e sono figure tutte da scoprire.

L’impero delle ombre è un’opera ottimamente interpretata dagli attori, che si rivela ben costruita sia dal punto di vista della sceneggiatura (ricca di tensione e giocata sul cercare di scoprire su chi fa un doppio o anche triplo gioco), che dal punto di vista tecnico: le scene drammatiche e d’azione sono gestite perfettamente (girate e fotografate alla grande) e, una volta montate insieme (grazie anche all’ottima ricostruzione scenografica degli ambienti) creano un film di genere che si trasforma in un vero e proprio lavoro d’autore. Ulteriore prova che, se dietro la macchina da presa c’è un grande regista, la dicotomia tra film di genere e autore non esiste.

Jee Woon Kim dimostra, dunque, di saper tenere sempre alto il livello di qualità del cinema orientale, il quale – ricordiamolo – ha rivestito un ruolo particolarmente di spicco nel primo decennio degli anni 2000.

P.s. Adesso sarebbe ora di distribuire in versione italiana il suo film I Saw The Devil, per favore.

  • L'impero delle ombre
3.5