Una casa in mezzo al bosco, una famiglia apparentemente normale intenta a prepararsi per la veglia dedicata alla nonna Ellen, appena morta. Questo lo scenario iniziale proposto in Hereditary – Le radici del male da Ari Aster, alla sua prima pellicola cinematografica. È necessario attendere un momento, scavare per arrivare in fondo e cercare quelle stesse radici citate nel titolo, indagandone le caratteristiche dei componenti della storia.

Abbiamo la madre di famiglia, Annie – interpretata da Tony Colette – figlia della defunta Ellen ed artigiana dedita alla riproduzione di plastici, raffiguranti varie realtà del territorio e varie situazioni da lei vissute in prima persona. C’è poi Gabriel Byrne nel ruolo del marito Steve, comprensivo e paziente; in ultimo, ma non di poco conto, ci sono i figli della coppia: Peter, adolescente alle prese con i primi spinelli e le prime cotte, e Charlie, tredicenne particolarmente segnata dalla morte della nonna, alla quale pare fosse particolarmente legata. Un quadretto apparentemente normale, una famiglia come tante altre.

Ma in realtà nulla è come appare: qualcosa non funziona, i conti non tornano e quel che sembrava essere uno stuzzicante velo di mistero, ben presto si rivela essere qualcosa di altamente destabilizzante. Annie racconta presto come il padre e il fratello siano morti entrambi suicidi, a causa di problemi mentali, e di come lei stessa si sia riavvicinata alla madre Ellen solo durante la gravidanza di Charlie, cercando al contrario di starle lontana durante la gravidanza di Peter, al fine di “proteggerlo”. Poi, arriva la profanazione della tomba di Ellen a opera di chi (almeno inizialmente) non ci è dato sapere. Infine, il vero colpo di scena, ossia la perdita di uno dei personaggi principali, arriva in un modo talmente inaspettato e assurdo da far credere che qualcosa non funzioni nella pellicola di Aster. Una morte che arriva come uno schiaffo, quasi in maniera banale, ma che – col senno di poi – ci si rende conto essere azzeccata. Ogni avvenimento, ogni tragedia, trova poi nuova vita nei plastici di Annie, i quali assumono toni sempre più inquietanti, facendosi carico del compito di palesare il proprio vissuto, tenendolo davanti agli occhi per esorcizzarlo e spogliarlo dei tratti ipotetici e dolorosi: l’oggettività intesa come salvezza, come nei disegni attraverso i quali Charlie cerca di dare forma a qualcosa di ben più impegnativo.

La contropartita è la ricerca di un perché, il ricorso a una seduta spiritica per fare in modo che quell’anima perduta così brutalmente abbia ancora possibilità di parola. Da qui alla possessione, il passo si rivelerà molto breve: possessione che non investe – contrariamente a quanto si potrebbe pensare – un unico componente di quel bel quadretto familiare, quanto piuttosto l’intero nucleo, scoperchiando vecchi album fotografici e ricordi sopiti, spaventose consapevolezze impossibili da arginare. E ancora, le allucinazioni: visive (l’immagine della nonna si ripresenterà più volte, sia a Charlie che ad Annie), uditive (rimarrà particolarmente impresso nello spettatore il suono dello schiocco di lingua di Charlie) e percettive.

In Hereditary troviamo tutto ciò che serve a renderci insicuri nell’ambiente di solito ritenuto più sicuro di qualunque altro: gli incubi ricorrenti di Peter, con il ricordo della madre ai piedi del letto in preda a un attacco di sonnambulismo, armata di acqua ragia e di fiammifero, pronta a compiere gesti che verranno poi dichiarati non intenzionali. Si aggiungono poi un demone, il Re Paimon, e libri dedicati all’esoterismo – materia tanto cara alla nonna -, due elementi che devono far riflettere su quale sia il fulcro del tutto, da chi nasca il malefico e dettagliato piano.

E in ultimo, il gran finale. Un finale talmente ben studiato, giocato sulle apparenti buone intenzioni proprie di un punto di vista differente dal senso comune, che porta quasi a pensare che sia tutto a posto, che così dovesse andare e che null’altro potesse succedere. Serve un tempo cuscinetto, un lungo momento appositamente dedicato a digerire una pellicola di tale portata: al pari di un’ombra, di Hereditary è impossibile disfarsi, è difficile gestire l’ansia che provoca; troppi gli stimoli, tanta la difficoltà nel tornare nel mondo del reale, nell’attribuire quell’aura di finzione che è patto – e dato di fatto – della pellicola cinematografica. In Hereditary la finzione trova terreno fertile per lasciare scorie tanto reali quanto fastidiose, insidiose. La colonna sonora, costituita da veri e propri rumori generalmente proposti in crescendo – quasi a voler accompagnare il galoppo dell’ansia – unita alle scene lunghe, lunghissime, quasi schiaccia lo spettatore, intrappolato nell’accettazione incondizionata di quel che gli viene proposto. Così, una camminata fra le pareti di casa, uno sguardo al proprio viso riflesso, un salto in soffitta, contribuiscono a un lento precipitare verso il disastro, verso l’angoscia e il dolore.

In Hereditary si ritrovano tratti già visti nei ben più noti e “datati” Omen – Il presagio e Amityville, che hanno entrambi in sé linee guida superficialmente molto simili. Il merito del giovane Ari Aster, però, è quello di essere riuscito a spaventare, a destabilizzare, a sconcertare nel senso più crudo del termine, utilizzando elementi cinematografici “noti”, elaborati a seconda delle necessità. Aster sconvolge lo spettatore, mettendo in dubbio ogni elemento del film, connotandolo di insicurezza e rendendo così possibile qualsiasi epilogo. Aster ce la fa, ci riesce: Hereditary funziona. L’ansia è servita.

Elisa Valentini