Ogni decennio ha i suoi fenomeni – come poi ogni annata – e ogni generazione ha i suoi modelli, figure, icone, band, attori e saghe cinematografiche. Guerre Stellari, fra queste ultime, probabilmente è il primo titolo che viene in mente, quando alla fine degli anni ’70 George Lucas introdusse l’intrattenimento ludico alla New Hollywood, ponendo così le basi per il successo di una delle saghe più famose di sempre, capace di portare al cinema cifre esorbitanti di spettatori dal ’77 al ’83, dal ’99 al 2005, e perfino ora, con gli ultimissimi episodi iniziati nel 2015, sebbene non detenga più l’autorialità di un tempo.

Senza perderci in un prolisso elenco cronologico delle saghe della storia del cinema (bisognerebbe tornare agli albori con il personaggio di Maciste), vogliamo prendere in considerazione una delle saghe del cinema d’azione che ancora oggi dopo cinque capitoli (e con il sesto in arrivo in Italia alla fine di questo mese), non ha perso lo smalto con il quale è arrivata in sala nel 1996: Mission: Impossible, ovvero l’interminabile serie di peripezie di Ethan Hunt/Tom Cruise.

Nel panorama del cinema d’azione, Mission: Impossible è tra le (poche) saghe più longeve e fortunate, forse l’unica che può sopportare un confronto con la più lunga e famosa di sempre, quella dell’Agente 007 (24 capitoli, dal 1962 fino all’ultimo episodio del 2015 con protagonista Daniel Craig, il nuovo Bond da Casino Royale). Sebbene il Bond di Craig nasca nello stesso anno (2006) in cui al cinema torna per la terza volta Tom Cruise nei panni dell’Agente Hunt, sono proprio i cinque Bond di Daniel Craig a essere gli unici veri concorrenti degli ultimi tre (quasi quattro) episodi di Mission: Impossible, sicuramente debitori della rilettura Bondiana di Mendes con Skyfall e Spectre.

Entrambe le saghe hanno alle spalle un’iconografia importante: Craig è il sesto Agente 007 che deve fare i conti con i volti di Connery, Lazenby, Moore, Dalton e Brosnan; mentre Cruise, diventando il celebre agente segreto Hunt (e produttore della saga), si è assunto il compito di “aggiornare” e portare al cinema gli elementi iconici dell’epònima serie tv degli anni ’60-’70 firmata Bruce Geller, elementi che hanno reso vincente la formula riproposta in tutti e cinque i capitoli cinematografici (anzi sei, a sentire i commenti entusiasti sull’episodio in arrivo). 

James Bond e Mission: Impossible hanno quindi entrambe dovuto ripensare sé stesse nel corso degli anni, ma mantenendo sempre la propria formula determinata per arrivare al grande pubblico; certo, con “appena” 22 anni di storia, Mission: Impossible non può competere con la maturità dei quasi 60 anni di 007, eppure l’evoluzione di Hunt (o la sua fortuna, quella che gli salva continuamente la pelle) può offrire riflessioni sul genere d’azione, e sul modo in cui percepiamo l’intrattenimento oggi. Un intrattenimento che negli ultimi dieci anni ha visto il dominio assoluto dell’universo Marvel – con quasi 20 film prodotti dal 2007 e ulteriori in arrivo – più recentemente sfidato dalla DC Comics, alcuni film distopici e fantastici tratti da fortunate saghe letterarie, un Michael Bay sempre più ubriaco dei suoi Transformers, e reboot di saghe che hanno segnato il proprio tempo, in vari tentativi di far tornare vecchi eroi al cinema (ma forse, appunto, ormai un po’ troppo vecchi). 

Tuttavia, dopo questo lungo e rischioso parallelismo con 007 (non me ne vogliano i puristi dell’agente Bond, James Bond), soffermiamoci su come Mission: Impossible riesca ad avere ancora successo, e sul perché farsi una maratona dei suoi cinque film oggi (come il sottoscritto) sia un bel regalo da concedersi, sia per godersi un po’ di ottimo intrattenimento, che per capire i punti di forza di questa saga. 

Come già accennato, l’iconografia della serie di Bruce Geller degli anni sessanta è innanzitutto il contenitore dal quale la saga di Cruise ha dovuto ripescare tutti quegli elementi che hanno fatto di Mission: Impossible un fenomeno contemporaneo di riferimento: una sigla che richiama esplicitamente il format della serie televisiva, missioni assegnate attraverso messaggi che si autodistruggeranno in pochi secondi (poi citati da Brad Bird in Gli Incredibili), maschere usa-e-getta che permettono di impadronirsi dell’identità di chiunque, luoghi improponibili dove infiltrarsi senza farsi vedere, gadget ipertecnologici, squadre di esperti con i quali architettare i piani impossibili, doppi-giochi, organizzazioni terroristiche che vogliono sabotare l’ordine mondiale, e scene d’azione inverosimili dalle quali solo il nostro stimato protagonista Ethan Hunt è destinato a salvarsi con chissà quali colpi di fortuna. Questa è all’incirca la panoramica generale di ciò che uno spettatore, pagando il biglietto del cinema per il nuovo Mission: Impossible, dovrebbe aspettarsi di vedere in un capitolo della saga.

Definita la formula “commerciale” di Mission: Impossible, non bisogna dimenticare che il primo capitolo uscito nel ’96 non porta la firma di un mestierante qualsiasi, bensì di un autore di grande rilievo fra gli anni ’80 e ’90 come Brian De Palma, che a molti piace definire “l’unico vero erede di Hitchcock”. De Palma – fortemente voluto da Cruise per dirigere il capostipite – con i suoi tipici virtuosismi in soggettiva infonde (e rilegge in buona parte) tutta la sua ossessione per lo sguardo, in un continuo gioco di occhiali, richiami alla fruizione cinematografica, messe in scene, scambi di punti di vista tra soggetto e oggetto. Una marcata impronta autoriale, giustificatissima, nel seguire un giovane Ethan Hunt nella sua prima vera missione, braccato tra i doppi e tripli giochi tipici della serie, che dopo 22 anni non è invecchiata di una virgola (anche se la sceneggiatura non è proprio il punto di forza del film).

Nel secondo capitolo è invece il turno di un autore come John Woo, che catapulta Ethan Hunt in un delirio lisergico che è la sua firma. È l’episodio più barocco e tamarro della saga: il regista hongkonghese fa esplodere tutta la sua poetica dell’hardboiled in un carnevale di colombe volanti, acrobazie inverosimili con le moto, rallenty continui, proiettili che volano a destra e sinistra, virus letali e frasi fatte, per disegnare la parentesi chiaramente più meló di tutte le missioni impossibili. Paragonato agli altri capitoli, il tour de force di Woo sembra qualcosa a sé stante, un sogno romantico di Hunt in una pausa tra il film di De Palma e quello di J.J.Abrams, e per questo – sebbene divida molto – si è guadagnato negli anni la reputazione di piccolo grande cult del cinema d’azione.

Un po’ diverso il discorso con l’esordio di J.J. Abrams, dopo anni passati nel mondo della serialità televisiva: il suo terzo capitolo è da molti considerato il peggiore della saga. Tuttavia, visto a distanza di dodici anni, altro non è che un dignitoso action movie con un ritmo indiavolato e invidiabile, alcune trovate visive notevoli, un umorismo accattivante, e il desiderio di caricare Ethan Hunt di responsabilità etica nei confronti di una relazione coniugale (forse non molto riuscito sotto questo aspetto), come poco riuscito risulta anche il cattivo di turno dal volto di Philip Seymour Hoffman.

Nel 2011 è l’occasione di Brad Bird per mettersi in gioco, dopo aver segnato profondamente il mondo dell’animazione con Il Gigante di Ferro, Gli Incredibili e Ratatouille. Protocollo fantasma, prodotto da Abrams e Cruise, è la quarta missione impossibile, da ricordare soprattutto perché all’epoca le riviste annunciavano a caratteri cubitali: “Cruise a quasi 50 anni si arrampica sul grattacielo di Dubai senza il bisogno di controfigure”. E anche se ci crediamo volentieri, non screditiamo il buon lavoro di Bird nel regalare un incipit ambientato in prigione che è tra i più notevoli della serie, oltre ad un maggiore spazio ai comprimari che aiutano Hunt, come il fantastico Benji di Simon Pegg che non scade mai nella macchietta comica come ci si aspetterebbe. Come il terzo capitolo, rischia di risultare un po’ lungo e con un cattivo abbastanza dimenticabile, ma è decisamente più riuscito grazie all’alto tasso di spettacolarità e a un finale (il migliore della saga, come l’incipit) di un romanticismo talmente puro che non ti aspetteresti mai da una saga del genere.

Dopo quattro nomi noti come De Palma, Woo, Abrams e Bird, a prendere le redini della saga è un certo McQuarrie, noto ai più per l’Oscar alla sceneggiatura de I soliti sospetti di Bryan Singer, mentre per i meno il regista che ha diretto Jack Reacher, dimenticabile action movie di qualche anno fa con protagonista Tom Cruise – evidentemente in “pausa pranzo” dal ruolo di Ethan Hunt. A quanto pare, Jack Reacher è bastato a McQuarrie per ottenere la fiducia di Cruise, ed essere nominato come regista e sceneggiatore dei successivi due capitoli della saga impossibile. Si respira quell’aria da fuoriclasse che aveva reso celebre la parentesi cupa del Bond di Mendes, e McQuarrie confeziona – con il quinto Rogue Nation – un tour de force dal sapore puramente classico e che, dopo un prologo sottotono, regala sequenze mozzafiato una dietro l’altra, azzeccando soprattutto un villain giustificatissimo e costruendo un affascinante e centralissimo personaggio femminile, l’Agente Isla di Rebecca Ferguson – col rischio però di lasciare per la prima volta il protagonista della saga un po’ in disparte. 

Abbiamo visto quindi che nei suoi 20 anni di vita Mission: Impossible è stato un trampolino di lancio per certi autori per esordire o per sperimentare certe marche stilistiche: lo sguardo dell’agente tra attore e spettatore per De Palma; la parentesi hardboiled di John Woo; l’esordio nel cinema per J.J.Abrams; il primo film non di animazione per Brad Bird (di cui vedremo l’attesissimo sequel de Gli Incredibili nelle stesse settimane di M:I Fallout); e l’ottimo lavoro di Christopher McQuarrie, alla sua prima regia delle due previste per la saga. 

Su tutti questi grandi autori tuttavia prevale una certa figura demiurga che gestisce tutto il gioco delle missioni impossibili, ed è lo stesso Tom Cruise che dal ’96 ha mantenuto in gran parte il controllo sui progetti. Quando chiama De Palma per dirigere il primo capitolo, Tom Cruise vuole sfruttare questo “capostipite” per lanciare la sua neonata casa di produzione indipendente, la Cruise Wagner: e quale modo migliore che Mission: Impossible, essendo egli stesso un grande fan della serie tv omonima?

Prendendo Cruise per quello che è – ovvero un attore che ha rischiato molto di più davanti a Kubrick che in qualsiasi scena senza protezioni e controfigure nei panni di Ethan Hunt – bisogna riconoscergli la dote di essersi preso attenta cura della saga di Mission: Impossible: in sei film, a distanza l’uno dall’altro di circa tre o quattro anni, la figura di Ethan Hunt sembra essere ritagliata appositamente per lui. Tom Cruise è sempre riuscito a risultare credibilissimo nei panni del suo alter ego, nonostante l’avanzare degli anni, capitolo dopo capitolo, cazzotto dopo cazzotto.

Il rischio, per molte icone del cinema action, è di non riuscire a sostenere il peso degli anni, non solo in senso fisico, ma anche nel senso di non stare al passo con un cinema che cambia. Un esempio lampante è il John McCain di Bruce Willis in Die Hard, serie di film d’azione iniziata nell’88 con lo strepitoso Trappola di Cristallo di McTiernan. Dopo un seguito fiacco, ed un terzo capitolo – al contrario – strepitoso (non a caso di nuovo nelle mani del talentoso McTiernan), Bruce Willis è ritornato nei panni del poliziotto duro a morire altre due volte, dodici anni dopo con Vivere o Morire del 2007, e l’ultimo Un buon giorno per morire del 2013. Due film in cui Willis diventa la macchietta di sé stesso, in una sequela di scene d’azione e battutine a effetto che devono lasciare spazio alla goffaggine degli effetti speciali, svuotando così di qualsiasi fisicità ciò che aveva reso immortali il primo ed il terzo capitolo. Altro esempio lampante è il ritorno di Harrison Ford nei panni di due personaggi che hanno segnato l’immaginario degli anni ’80, ossia Indiana Jones nel 2008 e Han Solo nel 2015: in tutti e due i film, l’impressione di un rispolvero dell’icona fine a sé stesso è forte. Molto meglio – e più sentito da Ford – è stato invece l’acclamato ritorno nelle vesti di un vecchio Deckard in Blade Runner 2049, dove il desiderio di ridare corpo ad un personaggio con ancora qualcosa da dire è evidente.

L’Ethan Hunt di Mission: Impossible pian piano è diventato un rinnegato dei suoi stessi film, a metà strada tra un Bond che si circonda continuamente di sensuali colleghe di lavoro (quasi mai amanti però) ed un corpo duro a morire come il Bruce Willis di Die Hard, continuamente in bilico tra la vita e la morte. Tom Cruise ha dimostrato di saper portare avanti questo franchise con intelligenza, anche grazie al fatto che il personaggio di Ethan Hunt ha ormai assunto una valenza emozionale per il pubblico. Sebbene tra un capitolo e l’altro della saga non si sia fatto mancare parti in numerosi film dimenticabili (se non proprio pessimi), bisogna dar credito all’ottimo lavoro di Cruise, che ha messo anima e corpo dentro Mission: Impossible, senza paura assolutamente di rimanere “prigioniero” del suo Ethan Hunt. Anzi, piuttosto il contrario: l’estremo bisogno di Cruise di sfidare il passare degli anni – buttandosi in scene d’azione che nel 2018 riescano ancora stupire – e proporre al pubblico un incontro ancora autentico col cinema d’azione, pervade tutta l’opera.

Il cinema d’azione che la saga di Mission: Impossible ci continua a regalare è quello lontano dall’impero produttivo che ci propina dieci cinecomics all’anno: sono piccoli grandi film d’azione che, a distanza di tre anni l’uno dall’altro, sono da accogliere come oro colato. Non vediamo l’ora di avventurarci nelle peripezie del prossimo sesto capitolo della saga: Mission: Impossible Fallout. Incrociamo le dita.