Cattive acque (Dark Waters) di Todd Haynes si apre con una scena che omaggia Lo squalo di Steven Spielberg: nel 1975 (non a caso anno di uscita del film) un gruppo di ragazzi nuota in un fiume, quando vengono richiamati a uscire dall’acqua immediatamente. Scappano, la macchina da presa inquadra lo specchio d’acqua: il pericolo è dunque lì dentro, ma questa volta non è un mostro marino a minacciare le vite delle persone, ma qualcos’altro.

È il 1998. Robert Bilott (Mark Ruffalo) è un rampante avvocato membro di uno studio legale specializzato nella difesa di aziende chimiche. Un giorno viene contattato da un allevatore di bestiame di Parkersburg, località del West Virginia da cui proviene anche lo stesso Robert, per indagare su un probabile collegamento tra la morte delle sue mucche e la presenza di un impianto del colosso chimico DuPont. Bilott arriva così a scoprire che da decenni l’azienda sta usando i corsi d’acqua della zona per smaltire un componente chimico, provocando danni non solo alla salute degli animali, ma anche alle persone. Inizia un’aspra battaglia legale che durerà anni e che metterà a dura prova la vita personale e professionale dell’avvocato.

Todd Haynes torna al cinema con un film, tratto da un articolo del New York Times, sui diritti civili, e lo fa mettendo in scena la storia vera di un uomo che crede nel sistema, ma da cui rimane profondamente deluso nel momento in cui si accorge della sua corruzione. Una corruzione simboleggiata, a livello tecnico, dall’uso di una fotografia plumbea che richiama il colore dell’acqua del fiume, e a livello di trama dalla scoperta di come l’additivo chimico sia presente negli oggetti di uso quotidiano come le padelle antiaderenti, immagine vincente dell’ingegneria americana, nonché icone della propaganda post Seconda Guerra Mondiale della “casalinga superstar”.

Da uomo del sistema, Bilott si ritrova così a doverlo combattere; una condizione, questa, che ritorna spesso nel cinema di Haynes: basti pensare a due sue “eroine”, Cathy Whitaker (Julianne Moore) in Lontano dal paradiso (2002), e Carol (Cate Blanchett) in Carol (2015). Cathy deve sopportare le dicerie e il disprezzo di una società borghese, a cui anche lei appartiene, dovuti alla sua frequentazione con un uomo di colore; Carol, donna agiata, deve lottare per l’affidamento della figlia che il marito vuole toglierle per via della sua omosessualità. Se Cathy esce sconfitta dalla sua battaglia, mentre Carol ottiene una parziale vittoria, come ne uscirà Robert Bilott?

Il regista questa volta sceglie un eroe maschile, prendendo in prestito uno dei “super eroi” più famosi dei giorni nostri: Mark Ruffalo, cioè Hulk degli Avengers, che in Cattive acque però abbandona i panni dell’eroe Marvel per avvicinarsi a quelli già indossati ne Il caso Spotlight (2015) di Tom McCarthy in cui interpreta un giornalista d’inchiesta che scopre l’occultamento di vari casi di pedofilia, avvenuti in diverse parrocchie di Boston. Il progredire del caso DuPont porta Ruffalo a interpretare un uomo che si abbrutisce, che si indebolisce fisicamente (fino a raggiungere il culmine subendo un’ischemia) e che viene lasciato sempre più solo dal suo datore di lavoro (Tim Robbins) e dalla moglie (Anne Hathaway).

Questi aspetti però consentono invece a noi spettatori di avvicinarci e di apprezzare sempre di più un uomo che lotta per una causa in cui crede, e che lo porta inevitabilmente a schierarsi dalla parte della comunità di campagna a cui appartiene, anziché da quella elitaria in cui era entrato seguendo il perfetto esempio del Sogno Americano, sogno che però si rivela avvelenato come l’acqua.

Da apprezzare – e per chi ancora non lo conoscesse, da scoprire – è anche un autore come Todd Haynes che si conferma un ottimo regista dotato di tecnica ed eleganza.