Che sia uscito nelle ultime settimane un film di produzione cinese forse è passato un po’ in sordina, e i motivi possono essere vari: già di loro i film che ogni anno arrivano dalla Cina trovano quasi sempre una debole distribuzione nelle nostre sale, soprattutto nei cinema di provincia; perché in questo attuale contesto storico si parla molto di Cina in correlazione all’emergenza sanitaria, causata dalla diffusione del COVID-19; perché al momento la Corea del Sud è balzata agli onori della cronaca con la sua vittoria agli Academy Awards 2020 per Parasite di Bong Joon Ho, ottenendo “finalmente” la tanto desiderata fama internazionale che si presumeva avrebbe prima o poi raggiunto (di certo non per mano di Hong Sang So, il regista forse più lontano dai gusti dell’academy, ma mi piacerebbe sbagliarmi un giorno).

Quando in Italia viene distribuito un film cinese, nelle nostre “poche sale” la situazione si rispecchia più o meno nell’immagine evocata dal titolo del film in questione: Il lago delle oche selvatiche. Il regista è Diao Yinan: classe 1969, regista acclamato da critica e pubblico, vincitore dell’Orso d’oro nel 2014 per il bellissimo Fuochi d’artificio in pieno giorno, ed esponente della cosiddetta sesta generazione del cinema d’autore cinese, con alle spalle una ricca carriera da sceneggiatore, prima di passare dietro alla macchina da presa. Come Jia Zhangke – un altro regista della stessa generazione, di cui si consiglia caldamente il recupero del suo ultimo film uscito da noi l’anno scorso, I figli del fiume giallo – anche Diao Yinan, alla sua quarta opera da regista, ritorna a parlare della precaria situazione di un paese lacerato dalle sue contraddizioni, affidandosi a un cinema libero, dal respiro intimo e allo stesso tempo universale, capace di andare oltre le semplici classificazioni manichee di un discorso sulla lotta di classe.
Procede su questo sentiero tenendo però come punto fermo un terreno di partenza: il cinema stesso e i suoi generi. Come per il film precedente, anche ne Il lago delle oche selvatiche Yinan ritorna agli stilemi del noir classico come genere di riferimento, per poi divertirsi a costruire quello che in fin dei conti è una caccia all’uomo nel pieno rispetto del cinema di genere di Hong Kong degli anni ’80: proprio nel mezzo di una faida tra bande criminali, un gangster di nome Zhao finisce per sparare a un poliziotto, scatenando una mobilitazione in tutti i corpi di polizia, affinché l’uomo venga catturato. La fuga si trasformerà in un percorso verso la redenzione per salvare la propria famiglia; nel mezzo (anzi, subito dai primi minuti del film) Zhao (Hu Ge) conosce Liu, una prostituta che deciderà di aiutarlo. 

Poste le premesse, Il lago delle oche selvatiche risulta essere un film che in più di un momento sa divertire, disgustare e appassionare per le molte intuizioni linguistiche che il regista mette in scena, e per la creazione di un’armonia che, in più di un momento, riesce a unire la fuga individuale (con le suggestive derive antoniane che già avevano caratterizzato la seconda parte del film precedente) con lo sguardo sociale, facendosi documento esistenzialista degli ambienti marcescenti e abietti della Cina contemporanea: palazzine di cemento che dominano incontrastate, ingombranti file di motorini che ostacolano la presenza della figura umana, danze collettive e fosforescenti a ritmo di Rasputin di Boney M. 

Tuttavia, duole registrare un leggerissimo passo indietro rispetto a Fuochi d’artificio in pieno giorno, che potrebbe lasciare qualche dubbio latente sul risultato finale del film. Con il passare dei minuti, il corollario di scelte estetiche e scenografiche che imbastisce Yinan scena dopo scena, finisce per soffocare il corpo narrativo, e non per le dilatazioni temporali che spesso lasciano trasparire momenti di estatica contemplazione sul caos che domina gli eventi, semmai per un ritmo che si fa strada, trattenendo troppo prima di riuscire a stupire. Il talento del regista non manca mai di esibirsi, ma spesso procede per un accumulo di manierismi quasi autocompiaciuti: esaltanti, anche per l’indiscutibile lavoro di fotografia che riesce ad amalgamare la varietà di scenari urbani alle scelte decisamente più espressionistiche, tra giochi di ombre e colori fluorescenti che inglobano quasi tutta l’azione, eppure privi di quella personalità che si registrava in ogni scelta di regia del film precedente. Pure i personaggi diventano con il passare dei momenti monodimensionali e poco memorabili: il protagonista prima di tutti, che sembra soggiacere perennemente a una freddezza di sguardo, ma che si fa più morbido quando si vuol dare atto dell’umanità di Zhao, mettendone in risalto la visceralità delle sensazioni “semplici”, come la fame per un comune piatto di noodles. Degno di nota rimane comunque il personaggio femminile di Gwei Lun Mei, memorabile già nel film precedente, ma che qui riesce a dare anima e corpo alla figura di una prostituta tenace, che riesce a farsi avanti in un mondo dominato da impulsi maschili autodistruttivi, dove la morte arriva quasi e solamente per caso. 

Il lago delle oche selvatiche è un bel film, ammaliante e capace di far germogliare – anche dopo la visione – più di un sentimento, sebbene l’impressione è che il regista abbia voluto fermarsi al semplice divertissement sui generi cinematografici. Non necessariamente sbagliato, anzi pregevole, ma più a singole parti che nel complesso.