Vincitore dell’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura al Festival di Berlino (ultimo festival cinematografico prima del Covid-19), Favolacce dei fratelli D’Innocenzo si rivela un film d’autore sorprendente, devastante e compatto.

Uscito direttamente su varie piattaforme online, nella speranza che possa poi essere proposto al cinema, dove merita di essere visto, narra la storia di alcune famiglie proletarie odierne che vivono nel quartiere romano di Spinaceto, prive però di quella coesione sociale tipica del cinema neorealista e pasoliniano. La vicenda si costruisce a suon di episodi, che solo alla fine portano a una quadra, in cui le azioni commesse dai piccoli protagonisti hanno un ruolo chiave.

Episodi che partono dall’espediente manzoniano del ritrovamento non di un manoscritto, ma di un diario scritto da una bambina, Alessia, finito nelle mani di un adulto che, giocando sulla veridicità o meno della vicenda, finirà per raccontarcela all’interno di una cornice narrativa che vede la sua voce fuoricampo. Ci viene dato dunque un doppio punto vista: il racconto di una bambina letto da un adulto che, in maniera onesta, dice anche di averlo provato a continuare.

Le storie dei bambini e quelle degli adulti sono fortemente divise, con i primi che tendono ad avere una loro vita (in cui avvengono anche le prime pulsioni sessuali), alle prese con genitori isterici, infantili, incapaci di essere sereni. Questa dissonanza nei rapporti si estende all’intera struttura del film (basti pensare alle dissonanze tra immagini e musica, tra humor nero e dramma, momenti di commozione e accusa, bambini più adulti degli adulti stessi e genitori più infantili dei figli) dove tutti i personaggi sembrano essere fuori luogo e fuori posto, e con una sfuggente identità psicologica. Persino il luogo, pur essendo ben specificato, potrebbe essere qualunque altro posto.

Il mondo dei bambini è ancora un mondo forte, dove c’è della cultura (leggono Il fantasma di Canterville di Oscar Wilde) in contrapposizione a quello adulto che è più feroce, istintivo e ignorante.

A sorprendere in quest’opera è il forte cambio di proposta formale da parte dei due registi rispetto al loro film precedente La terra dell’abbastanza (di cui consigliamo la visione) dove, oltre a una struttura lineare, il montaggio è più classico e la fotografia più “sporca”. In Favolacce invece si assiste a una vera rivoluzione autoriale (assai audace per chi, come i fratelli D’Innocenzo, è al secondo film) per scelte di montaggio, di fotografia, di estetica e di soggetti, e anche per questo la visione merita il grande schermo.

Un’opera che si rifà a vari modelli, da Michael Haneke per il suo sguardo spietato, al cinema di Todd Solondz e a Brutti sporchi e cattivi di Ettore Scola per il senso del grottesco.

Un film distruttivo quello di Fabio e Damiano D’Innocenzo, realizzato da chi è cresciuto in un paese arrabbiato e decaduto, e che ha assorbito questo stato d’animo decidendo di metterlo in mostra attraverso un grande fantasy, una fiaba dark con bambini che gestiscono il tutto (e dove possiamo trovare anche lo “stregone” e la “mela di Biancaneve” che qui si chiama malatione), riuscendo dove altri come Matteo Garrone ne Il racconto dei racconti invece avevano in parte toppato per via di un film che rimaneva molto fine a sé stesso e privo di un vero messaggio.

Per concludere, se Favolacce ha già vinto la battaglia della critica, ora speriamo possa cominciare a vincere la battaglia del pubblico, con l’augurio che possa essere visto da più persone possibili.