In un frammento del 1921 Walter Benjamin tratteggia un’analisi della natura religiosa del capitalismo. La sua ipotesi va ben oltre quanto scritto, meno di vent’anni prima, da Max Weber. Quest’ultimo infatti sosteneva che dall’etica protestante fosse emerso lo spirito del capitalismo, ma come sua formazione secolarizzata. Non si trattava dunque più, per Weber, di culto ultramondano, ma di una concrezione di valori che passava dal cielo alla terra, che traghettava il soggetto dalla chiamata del dio (vocatio) alla chiamata della professione, e dunque degli affari (Beruf). 

Nel breve testo benjaminiamo il nesso è invece posto in un luogo assai più elevato: il capitalismo viene riconosciuto come religione in sé, come fenomeno sociale e spirituale che attiene alle «stesse ansie, pene e  inquietudini a cui in passato davano risposta le cosiddette religioni». Del Capitalismo come religione vengono tratteggiate alcune caratteristiche precipue: la mancanza di una teologia sua propria (ogni cosa viene indifferentemente prodotta e venduta: dalla bomba nucleare ai farmaci per la fertilità, dai viaggi spaziali ai weekend meditativi); l’esercizio perenne del culto (senza dunque distinzione tra giorni festivi e feriali: 24/7, diremmo oggi); il suo riferirsi a un deus absconditus, un nume il cui volere rimane occulto – e si pensi qui per esempio alla dottrina della mano invisibile del mercato, in cui possiamo ben riconoscere l’arto di cui il dio nascosto si serve.

Ho guardato Oeconomia di Carmen Losmann con quel testo presente al cuore e alla mente. Anzi: realizzo solo ora che esso, nella ricca seppur snella edizione italiana curata da Carlo Salzani (Il Melangolo, 2018), per puro caso e senza che me ne avvedessi ha seguito insieme a me il documentario, aperto com’era di fianco allo schermo del portatile, appoggiato in cima a fogli, quaderni, volumi, auricolari e cavi usb sulla mia affollata scrivania. E con Benjamin accanto molto, forse tutto, nel film rimanda alla dimensione religiosa. Le architetture del palazzi del potere economico, le loro facciate specchiate e trasparenti, rinviano alle vetrate delle cattedrali gotiche, ma sono prive di storie di martirio e salvezza: esse sono invece totalmente vuote, come la religione che celebrano è vuota di un apparato teologico. La domanda che Losmann ripropone ai presuli della finanza – ovvero come avvenga la creazione ex nihilo del denaro – ottiene risposte inadeguate, a volte fastidiosamente sciocche. Come se, proprio al centro di un’enorme impresa che è anche, e necessariamente, impresa dello spirito; al centro di un mondo, il nostro, plasmato da una cupidigia di profitto che persino eccede i confini terracquei (fin dentro il cielo e, presto, fino alle infere miniere di Marte e degli asteroidi)… non vi fosse infine alcuna cosmologia, alcuna dottrina consapevole. Solo un dio nascosto che pretende un culto perpetuo, a qualsiasi prezzo. Alla sola condizione che un prezzo sia apposto a qualsiasi manifestazione del reale, compresi desideri e aspirazioni. 

Ma è rispetto alla caratteristica del capitalismo come religione che Benjamin elenca per terza, e che fin qui ho taciuto, che il film di Losmann funziona come dimostrazione, a un secolo quasi esatto di distanza, dell’intuizione del filosofo berlinese. È, questa caratteristica, abitata da una sorta di oscurità, un’oscurità che si riflette e moltiplica nel palazzi francofortesi sfiorati dalla macchina da presa, vertiginosamente identici a quelli di ogni capitale finanziaria del globo. Si tratta di questo: il capitalismo è religione colpevolizzante, «è presumibilmente il primo caso di un culto che non espia il peccato, ma crea colpa. In ciò questo sistema religioso è preso nel gorgo di un movimento spaventoso. Una coscienza spaventosamente colpevole, che non sa come espiare, si afferra al culto, non per espiare in esso questa colpa, ma per renderla universale […]». Se si tiene presente che colpa e debito in tedesco, lingua di Benjamin (nonché di questo film) portano entrambi Schuld quale proprio nome, e che dunque il frammento qui citato può essere letto sostituendo l’un termine all’altro, il processo è per quanto possibile disvelato, e diviene riconoscibile. 

Se qualcosa ancora di tale sistema resta oscuro, trattasi dell’oscurità a partire dalla quale ogni creazione ex nihilo procede, un’oscurità che deve sempre di nuovo riprodursi affinché una ripetuta creazione possa darsi, e che proietta la sua ombra anche sul mondo materiale, su cui agisce incessantemente estraendo valore da risorse naturali e sociali fin lì estranee al ciclo del profitto e operando su di esse la propria distruzione creativa, come alcuni minuti, tra i conclusivi, del documentario illustrano efficacemente. 

Tale religione del capitalismo, culto «sans trêve et sans merci», senza tregua né pietà, meriterebbe una forza contrastante altrettanto crudele. Ma di tale apostasia le cronache di oggi non recano notizia.


Attenzione!

Siamo semplicemente felici e onorati di ospitare questo eccezionale contributo di Wolf Bukowski, scritto in occasione dell’edizione 2020 di “Meet the Docs! Film Fest“, di cui Wolf Bukowski sarà ospite in occasione proprio della proiezione di “Oeconomia” di Carmen Losmann.