Scrivere un editoriale per il numero di fine anno di una rivista che parla di cinema (e altre perversioni) nell’annus horribilis della pandemia mondiale, è un esercizio un po’ particolare.

Personalmente credo che la narrazione dominante e paternalistica che ha individuato e continua a individuare nel tempo libero — libero da cosa, poi? Dalla produzione, sì, ma non dal consumo, ché dal produciconsumacrepa temo che difficilmente potremo emanciparci in tempi brevi, anche se quello “culturale” è forse il consumo meno determinato tra tutti i consumi — il vettore massimo del contagio, il rischio più elevato di diffusione della malattia, sia interamente da rigettare, perché l’ottica colpevolizzante, che procede dall’alto verso il basso, è sempre di più un alibi, un gesto politico a tutti gli effetti, un gesto che non discute né i luoghi di lavoro né quelli del mercato, basti vedere l’ingegnerizzazione della calca nei ne- gozi di questi giorni, o la promozione strategica e ipocrita del cashback. D’altronde, per dirla con Benjamin, il capitalismo è una religione.

Cosa dice, allora, l’audiovisivo, di tutto questo? Come risponde? Che fare, ci chiediamo? Resistere, resistere, resistere? L’immateriale non è venuto meno, in questi mesi, a ben vedere, nonostante la — o forse in connessione alla — chiusura fisica dei luoghi dello spettacolo. Sono quindi la socializ- zazione e la praticabilità fisiche dell’evento che ci mancano? Il fenomeno materico, la frequenza della possibilità? Forse la questione è più sfumata e meno centrata, e di sicuro si sposta mentre ci spostiamo noi, fisicamente o digitalmente. Perché credo sia importante una riflessione che Wolf Bukowski ha fatto alcuni mesi fa, durante il primo lockdown, e che vorrei prendere a prestito. Parafrasando Gramsci, Bukowski scriveva: «non è il lockdown che ha smaterializzato i rapporti umani, ma viceversa, sono le preesistenti condizioni di smaterializzazione (dettate dalle esigenze ideologiche e di profitto) che hanno reso possibile il lockdown». Quindi, viene da dire, i luoghi della cultura sono davvero un episodio resistenziale.

Ma che senso ha parlare di questo, viene da chiedersi, in un numero come quello che state leggendo, che si rapporta con un decennio in chiusura (sì, noi di Billy contiamo diversamente gli anni) attraverso la sacra pratica delle classifiche? Vorrei rispondere con un’altra domanda: qualcuno crede davvero che il mondo non sia cambiato per sempre e per tutti?

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