Sam Peckinpah, Straw Dogs, 1971, USA Credits: Straw Dogs © 20th Century Fox 1971

Sam Peckinpah, Straw Dogs, 1971, USA
Credits: Straw Dogs © 20th Century Fox 1971

Straw Dogs, USA, 1971, Sam Peckinpah (R.), Sam Peckinpah, David Zelag Goldman (Sc., dal romanzo di Gordon Williams)

La calma serafica, con tanto di sorriso, con la quale David guida la macchina nella nebbia dopo aver ucciso cinque persone è il messaggio finale: di caos e violenza irrazionale è pieno il mondo, tanto vale non farne un dramma e restare tranquilli anche se, come può capitare a tutti, hai appena infilato la testa di una persona antipatica in una tagliola per cinghiali. Il capolavoro di Peckinpah trasuda violenza, non lascia scampo per un solo secondo: il professore americano e la splendida moglie scappano da una vita stressante per trovare il relax nelle campagne scozzesi, e invece trovano sangue in quantità industriale. La tensione nel film è perenne, scaturisce da qualsiasi cosa, a cominciare dai giochi di sguardi degli abitanti del piccolo paesino, che sembrano sempre lanciarsi silenziose minacce e nascondere segreti e perversioni, tutti. Non esiste un’anima pia che sia una: anche il povero malato Henry, a vedersi l’essere più innocente del circondario, ha in realtà lo spiacevole vizio di uccidere le donne, che però a loro volta si divertono a provocarlo. In questo mondo il professor David, ‘cane di paglia’ timido, codardo e pacifico, resiste fino a un certo punto. Tollera di tutto, dalle occhiate vogliose dei compaesani nei confronti della splendida moglie ai capricci insopportabili della stessa; riesce a rimanere calmo di fronte alla vista del suo gatto impiccato da sconosciuti nell’armadio, e sorride e annuisce quando la gente lo schernisce. Poi però non ce la fa più.

Sam Peckinpah, Straw Dogs, 1971, USA Credits: Straw Dogs © 20th Century Fox 1971

Sam Peckinpah, Straw Dogs, 1971, USA
Credits: Straw Dogs © 20th Century Fox 1971

L’istinto omicida, o se vogliamo di sopravvivenza, ha la meglio: a David scattano i cinque minuti (o meglio, un quarto d’ora) e in poco tempo riesce a provocare un carnaio. Legittima difesa, certo, ma il difendersi dall’attacco dei balordi che hanno circondato la sua casa gli provoca non poche eccitazioni. Lo straordinario Dustin Hoffman si compiace nel dover organizzare la risposta all’assedio così come gli assalitori si compiacciono delle loro malefatte: si burla di chi cerca di abbattere la porta d’ingresso senza riuscirvi; con sadismo fa bollire l’acqua sui fornelli per scaraventarla in faccia ai nemici mentre le finestre della cucina sono prese a sassate; è pieno di brio nel continuare a bastonare il tizio, ormai inerme e completamente ubriaco, che lo ha minacciato con un coltello nel suo salotto. Brutalità, violenza, cinismo, si risvegliano in lui piano piano, nella parte finale del film, e assieme alla mentalità matematica e l’astuzia che già contraddistinguono il personaggio ne fanno una lucida macchina da guerra. Perché l’uomo, per quanto possa dedicarsi allo studio dell’astronomia, rimane pur sempre bestia.