È sempre molto singolare riflettere su un processo creativo attraverso un altro processo creativo. Mettendo da parte, per un attimo, i biopic, soprattutto quelli su artisti et similia (anche se il concetto di creatività – e forse di cultura e forse di arte – potrebbe e dovrebbe essere più diffuso), è la descrizione – la rappresentazione – stessa dell’atto creativo, della scintilla, del fuoco sacro o del demone (ma anche dei mezzi più meditati o quelli della disciplina creativa) a costituire quasi un non-visualizzabile, e ancora di più se s’intreccia alla volontà di farlo attraverso un mezzo espressivo, per sostanziarsi come passaggio, come tramite. Cosa conta? La qualità dell’atto primigenio, la sua funzione semantica, la sua rappresentazione o la qualità della rappresentazione stessa? Il parallelo più suggestivo è con la difficoltà di definizione che il concetto di sceneggiatura porta con sé: la sceneggiatura è un mezzo creativo di passaggio, intangibile, destinato a trasformarsi, tradursi, tradirsi in un altra espressione creativa, volto a sciogliersi in un altro prodotto, in un’altra forma, incidendo un rapporto diretto ma non etimologicamente immediato con il film, scritto e pensato per un altro strumento espressivo.

Noi di BILLY, in questo numero primaverile, abbiamo provato a guardare il processo creativo attraverso il cinema, in maniera sia metalinguistica (Hitchcock di Sacha Gervasi) sia intrinseca (Le streghe di Salem di Rob Zombie) sia eterogenea al mezzo, raccogliendo storie e arti, provando a vedere – ché di questo si tratta – dentro e fuori l’opera cinematografica. Toni Servillo ha avuto modo di dire: “Non sono un creativo, mi ritengo un interprete: uno che cerca di trasmettere al pubblico quello che c’è di creativo in un testo, come una pila che si carica e si scarica”. È così davvero? E il cinema, come linguaggio, ne risponde? Il cinema è un’interpretazione? Non aspettatevi riposte, ché le risposte sono per gli sciocchi, avrete solo dubbi e suggestioni, come solo il grande cinema può suggerirvi.