L’ansia domina la nostra società. L’odierna complessità sociale fa schizzare la gente, che diviene sempre più soggetta a disturbi dissociativi dell’identità o della personalità.

Sin dalla prima scena Split genera ansia. D’altronde, M. Night Shyamalan aveva già mostrato di far vivere allo spettatore una dimensione ansiogena intensa, vedi il Sesto Senso, Signs o The Village. Tutti film che narrano storie ambientate nella quotidianità apparente, su cui irrompono eventi fantastici e sovraumani che inducono in agitazione lo spettatore.

Split mette a nudo i problemi del mondo contemporaneo, sovente “risolti” andando dallo psicologo, come fa il protagonista Kevin (James McAvoy), a causa delle 24 personalità che si sovrappongono nel suo “io” (Barry, i cattivi Dennis e Patricia, Edwiuk il bimbo, la bestia, ecc…), come suggeriscono le 24 miniature dei titoli di testa e di coda.

Al di là della genialità del soggetto che, tuttavia, è copiato da una storia vera (quella del giovane Billy Milligan), la figura della ragazzina Casey (Anya Taylor-Joy) è, a mio parere, la più affascinante. A differenza delle altre due stupide teen agers, Casey ha subito più volte, in passato, abusi sessuali da parte dello zio finendo per ritrovarsi orfana. Nella sua infanzia ha sofferto e visto cose terribile, ma non ha paura. Non strilla dalla paura come le ragazzette fashion e stupide. Lei ragiona in silenzio. Più che intraprendente, sa gestire le situazioni di panico, a differenza delle sue coetanee. Per questo si salverà. 

Split lancia, dunque, un messaggio profondo che viene, tuttavia, profanato dal finale alla “Hulk”. Nell’ultima mezz’ora il film cambia inaspettatamente registro (un po’ come in The Visit) e la sceneggiatura diventa ripetitiva e, a tratti, saccente. Pretende più volte che l’essere umano, per trovare la vera via per la salvezza, debba aver sofferto nel proprio passato; non può fingere di essere come gli altri perché è diverso e, in quanto tale, potrà sviluppare la sua intelligenza a un livello superiore rispetto a coloro che non hanno mai sofferto.

Il dolore e lo strazio vissuti dai protagonisti Kevin e Casey, col tempo, hanno svelato loro il potenziale d’accesso agli infiniti e possibili “io”. La sofferenza subita ha dato loro le chiavi di accesso al soprannaturale.

Certo, come concetto filosofico non è male; e forse nella realtà è in parte vero. Ma questa sorta di morale ripetuta “n° volte”, finisce per svilire l’idea della “sofferenza che rende l’essere umano forte e diverso”. Repetita iuvant… ma dopo un po’ stancano.

Insomma, possiamo affermare che è vero che solo chi ha vissuto l’amarezza della vita crudele è in grado di salvarsi la pelle? È vero che la sofferenza rende gli uomini più intelligenti, capaci e invincibili?

In Split si. Questo thriller impone un destino crudele agli stolti o a coloro che non hanno mai sofferto nella propria vita: la morte.

Come dice la Dottoressa Fletcher: “Siamo abituati a pensare che i diversi siano inferiori a noi normali”. In realtà “loro sono ciò che credono di essere, capaci di cambiare la chimica del proprio corpo con il pensiero”.

Forse per capire appieno Split bisogna vedere Unbreakable – Il predestinato, il primo film della trilogia di Shyamalan, al quale segue Split. Infatti, la scena finale di quest’ultimo, con Bruce Willis seduto al bar, rimanda ad Unbreakable e apre un ulteriore finale indecifrabile senza un sequel.

Dunque, non ci resta che aspettare il 2019, quando uscirà Glass, il sequel di Split.