«Libertà dall’ingiustizia. Libertà dalla corruzione. Vogliono solo distruggerci. La libertà non cresce sugli alberi. Quando verranno a bussare alla tua porta, sarai pronto a combattere?».
Sono i versi di Fight For You, avvolgente traccia R&B che scivola sinuosa sui titoli di coda di Judas and the Black Messiah. La canta H.E.R., una giovane ma affermata cantautrice nata nel 1997 da padre afro-americano e madre filippina che rappresenta – come poche altre artiste nate alla fine degli Anni Novanta – la realizzazione del sogno dei “dreamer” della generazione Z. Partita dalla periferia del Nord della California alla conquista di vari Grammy (l’ultimo per I Can’t Breathe, dedicata a George Floyd) e un Oscar, proprio grazie Fight For You, le era stato chiesto di scrivere una traccia contemporanea che rievocasse il sound del 1968, quando forse nemmeno i suoi genitori erano nati. Il risultato, una canzone che nelle sue parole e nelle sue sonorità black potrebbe essere uscita dieci, venticinque come cinquant’anni fa, dev’essere piaciuto molto a Shaka King

Il secondo film del regista (il primo non indipendente, dopo Newlyweeds), un po’ come la canzone che lo chiude del resto, ha l’ambizione dell’opera dal respiro universale; una tragedia dove non importa cosa succede e quando succede (la storia è piuttosto nota), ma conta il come.
A partire dal titolo, quasi beffardo, Judas and the Black Messiah è una lezione sulle dinamiche sociali e psicologiche di un gruppo di persone che condividono la lotta per un ideale comune, più che una lezione di storia in senso stretto da bio-pic hollywoodiano. Un filone battuto, ad esempio, da un altro film uscito nei mesi scorsi e ambientato nella Chicago di quegli anni, Il Processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin dove peraltro il messia nero Fred Hampton compare tra i sostenitori dell’imputato Bobby Seale, suo mentore e storico co-fondatore del Black Panther Party.
Non è un caso che per le due figure antonomastiche del “giuda” e del “messia” che danno il titolo al film, Shaka King abbia scelto due degli attori simbolo dell’immaginario black contemporaneo già colleghi in Get Out, il sovversivo horror a sfondo razziale di Jordan Peele che ha messo a fuoco le contraddizioni dell’America “post-razziale” come pochi altri lungometraggi dal genere più convenzionale: il britannico Daniel Kaluuya, volto ormai iconico del poster di Get Out e parte del cast di Black Panther e Widows di Steve McQueen, e Lakeith Stanfield presente in altre opere manifesto come Selma, Straight Outta Compton e Atlanta.

E non è un caso che nessuno dei due sia il vero protagonista e che entrambi siano stati nominati dalla Academy come migliori attori non protagonisti, grazie a due performance magistrali che alimentano il motore di una narrazione segnata da complesse evoluzioni psicologiche nei rapporti tra un personaggio dirompente e carismatico come Fred Hampton (Daniel Kaluuya, che ha poi conquistato l’ambita statuetta) e l’ambiguo e cinico William O’Neal, l’infiltrato scelto dal’FBI per monitorare e sabotare le attività della sezione di Chicago del Black Panther Party, considerato una minaccia nazionale al pari di altri movimenti politici afroamericani.

L’operazione era parte del COINTELPRO, un programma di infiltrazione e controspionaggio parzialmente legale coordinato dall’FBI rivelato all’opinione pubblica solo nel 1972, a un anno dalla scomparsa dal temuto e influente direttore dell’agenzia, J. Edgar Hoover, interpretato nel film da uno spietato Martin Sheen. 

L’avvincente sceneggiatura molto rigorosa nella ricostruzione storica e scritta dal regista di Brooklyn insieme al quasi esordiente Will Berson ha avuto la benedizione ufficiale di Akua Njeri, vedova di Hampton e dal figlio Fred Hampton Jr. dopo un incontro con King, il produttore Charles D. King e lo stesso Daniel Kaluuya. 

Il resto lo fa la fotografia molto crime – altra nomination, insieme a quella per miglior film e miglior sceneggiatura originale – che ci porta in una Chicago cruda, mai edulcorata e patinata, nemmeno nei momenti più corali e coreografici che nella cura dei costumi e della soundtrack rischiano sempre di distorcere toni e atmosfere quando ci si trova davanti a un contesto cinematograficamente inflazionato come quello controculturale di fine anni Sessanta.

Judas and the Black Messiah è un thriller plumbeo che rende omaggio a un promettente leader appena ventunenne la cui ascesa politica è stata brutalmente interrotta da logiche e dinamiche di poteri e contropoteri assai ricorrenti nell’ultimo secolo di storia americana e che mai come oggi suonano attuali e inquietanti.

«You can murder a liberator, but you can’t murder liberation. You can murder a revolutionary, but you can’t murder revolution. And you can murder a freedom fighter, but you can’t murder freedom!» urlava Fred Hampton, in uno dei suoi comizi più celebri, rivisitato quasi integralmente dal film. Era il 27 aprile 1969, ma potrebbe essere il 27 aprile di cinquant’anni dopo. 

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