Minari, di Lee Isaac Chung, è la storia di un sogno ostinato, riflesso negli occhi acuminati e scurissimi di un bambino caparbio come l’erba che cresce tra le aride zolle di una terra ignorata. È in quella vastità d’argille rosse e polverose che il regista americano-coreano immerge la telecamera per lasciar germogliare i ricordi e irrobustire le radici dell’accecante sogno americano.

Lee Isaac Chung trascrive sul grande schermo la sua biografia di figlio di emigrati coreani, che negli anni ’80 raggiunsero gli Stati Uniti di Regan alla ricerca di fortuna, alternando lo sguardo tra le affannate iniziative imprenditoriali del capofamiglia e le impacciate manovre di integrazione della sua famiglia. 

Tra le crepe dei disgregati Stati Uniti, là dove persino l’orgoglio migratorio dei Padri Pellegrini si è lasciato affievolire dal biasimo per i suoi stessi componenti non WASP, un film come Minari, con il suo altissimo tasso di conversazioni in lingua straniera, sembrava, nonostante la poderosa essenza americana, destinato alla segregazione festivaliera. È proprio al Sundance che la pellicola raccoglie i primi semi di popolarità, aggiudicandosi il Gran Premio della giuria. La sua natura dicotomica fece poi molto discutere ai Golden Globes, concorrendo solo nella categoria di film in lingua straniera (vincendo, tra l’altro) malgrado la produzione statunitense, il regista nativo di Denver, e la sua storia sentitamente americana. 

L’intima storia di Minari ha ottenuto anche una candidatura agli Oscar 2021 come miglior film. Si è tentati a credere che l’Academy si sia lasciata inebriare da quell’ideologia progressista di cui la pellicola è segretamente impregnata.  

Per sopravvivere nell’altopiano dell’Ozark, tra Missouri, Arkansas e Oklahoma, essere disposti a barattare una casa con le fondamenta con una dimora dotata di ruote non basta. Potrebbe persino non rivelarsi sufficiente offrire a quella terra meravigliosamente rossa tutta la propria estenuante dedizione. L’unico modo per far crescere il proprio tenace sogno di riscatto, proprio là nel cuore degli Stati Uniti, sembrerebbe essere quello di dimostrarsi irremovibilmente adattabili come il minari, il prezzemolo giapponese molto utilizzato nella cucina coreana, famoso per la sua abilità di attecchire ovunque: seppellito nella terra dove qualsiasi altra erba si rifiuterebbe di accasarsi, l’infestante e prodigiosa pianta asiatica resiste e prospera.

Jacob (Steven Yeun) e Monica (Han Ye-ri) sono negli Usa già da qualche tempo. Hanno cresciuto i loro figli nell’assolata California, e la loro decisione di cercare fortuna a sud è dettata dal bisogno di ritrovare la fiducia nelle proprie capacità e l’approvazione negli occhi dei loro figli Anne (Noel Kate Cho) e David (Alan S. Kim). La scelta di spendere ogni centesimo risparmiato per un pezzetto di terra nelle sconfinate radure dell’Ozark è tutta di Jacob. L’opinione che questa sia stata una pessima idea è invece l’unica reale certezza della moglie Monica. L’ intraprendenza ansiosa di riscatto dell’uno continuerà a sgomitare con l’apprensiva indolenza dell’altra, timorosa di smarrire parte delle proprie radici culturali se costretta a vivere tra bifolchi radunati in una chiesa episcopale di campagna. 

Monica tenta di correre ai ripari arruolando l’anziana madre Soon-ja come personale custode delle usanze coreane. Soon-ja (interpretata da Yoon Yeo-jeong, attrice nota per le frequenti collaborazioni con Hong Sang-soo e Im Sang-soo, premiata con l’Oscar come miglior attrice non protagonista) è una nonna che si rifiuta di cucinare biscotti, che fa strani giochi con le carte abbandonandosi a bislacche imprecazioni e che, a detta del piccolo David, “puzza di Corea”. Ma i germogli di minari che ha messo in valigia sapranno riempire le crepe di un conflitto famigliare difficile da rinsaldare. 

Lee Isaac Chung non disconosce le difficoltà di integrazione della famiglia Yi, ma nega alla marcatura delle differenze somatiche e di costume di degenerare. «Perché hai la faccia piatta?» viene domandato al bimbetto David. Lui si limita a negare con buffa estraneità questa constatazione. Lo sguardo diffidente e curioso del piccolo Alan S. Kim è il cuore pulsante dell’esplorazione dell’inedito ristretto universo rurale in cui la famiglia Yi ora si trova. Ma la relazione tra la famiglia coreana e la reticente comunità americana di provincia non viene indagata con troppo interesse. Il contrasto viene ridimensionato sotto traccia, normalizzato, ridotto entro contorni ben più rassicuranti di quanto ci è lecito immaginarlo. 

Minari non intende spronare a una riflessione sociale più ampia. Sono le piccole ma profonde increspature dei rapporti interpersonali interni alla famiglia l’anima di questo personalistico dramma, e ne sono anche l’elemento meglio riuscito: dispute trattenute tra i denti, incomprensioni mai chiarite, screzi narrati con sensibilità portati in scena scevri di retorica. 

La regia del coreano di Denver è lirica: predilige i campi lunghi offrendo a tutta la vastità delle campagne dell’Ozark di inondare i nostri occhi. La fotografia si muove assetata di luce, alla ricerca di ogni bagliore abile a favorire il flusso drammatico della narrazione. Minari è fin dalle prime inquadrature un film costruito per generare smottamenti emotivi, eppure sembra non riuscire mai ad agguantare la sua piena forma passionale. Una pellicola ragionevolmente consapevole del bello che sa mostrare, frenata dal timore di oltrepassare i limiti di coerenza cinematografica che si è autoimposta. 

Minari intende accogliere nella sua realizzazione l’impalpabile poesia del cinema asiatico e la destrezza (tutta statunitense) di custodire un coraggioso viaggio votato al successo entro le trame di un riuscito dramma familiare. Se gli sforzi evocativi di Lee Isaac Chung dimostrano il pieno controllo dei mezzi narrativi e una lodevole cura della messa in scena, pur non raggiungendo mai la ricercatezza del cinema dei suoi riferimenti – si pensi alla grandiosa moltitudine di suggestioni emotive presenti nel cinema di Lee Chang-dong e di Hirokazu Kore’eda –, è nelle intenzioni marcatamente occidentali che il film non riesce a tagliare il traguardo. 

La struttura misurata e visivamente raffinata finisce su di un terreno sdrucciolevole nel corso della seconda parte del film: la sceneggiatura cerca riparo in uno scontato melodramma che sembrerebbe divenire eccessivamente affamato d’emozioni, rincorrendo a un climax emotivo che perlopiù sa far sospirare, ma mai struggere. 

Minari si premura fin troppo di colmare ogni frattura che aveva così abilmente lasciato riaffiorare, tanto da contraddire parte delle sue intenzioni. L’irriducibile volontà del patriarca Jacob di diventare un agricoltore dell’Arkansas e di rivendere agli altri connazionali ortaggi coreani difficilmente reperibili in terra statunitense si uniforma ai paradigmi narrativi orientali: i tempi rallentano e i drammi si tacciono, mentre i fili d’erba, la terra, gli aeroplani di carta e gli utensili della cucina conquistano il centro dell’inquadratura, caricando l’inanimato di significato altro. Ma è la morale dell’intera faccenda a spalleggiare con decisa partecipazione l’intramontabile (?) American Dream, tanto da anestetizzare l’asprezza della tematica dell’integrazione, preferendole una emozionata, ma non troppo, disanima della conflittualità familiare.

© Melissa Lukenbaugh/A24