C’è un posto dove il vento tira più forte che in qualunque altro posto. 
Non sono le praterie del Dakota, né i canyon dell’Arizona. 
Il vento soffia così forte da spostare l’orizzonte, non quello del Nevada o del South Dakota. 
Un posto dove le temperature sono persino più rigide degli inverni del Nebraska. 
Per affrontare le raffiche non basta un van attrezzato di cimeli carichi di un valore nero; non basta un furgone alimentato dai ricordi, che è al contempo prigione e libertà. 
Non servono coperte in più, né piazzole di sosta più riparate. 
C’è un posto che pesa più di una vanga colma di pietre disperate, un posto più profondo delle acque californiane dove fare il morto a galla. 
Un posto splenico, silenzioso, che prova a bastarsi. 
Un posto abitato da chi ha perso qualcosa, qualcuno, se stesso. Un posto estraniante e familiare al contempo, chiamato dolore, che si nasconde tra le rughe di Linda May e tra le righe dei sermoni di Bob Wells, che prova a prendersi cura delle anime che hanno scelto di vivere da nomadi ciò che resta della loro vita. Lo stesso dolore che taglia a metà Dave, ma che non lo solca al punto da non provare più sentimenti; quel dolore che alla fine si è pacificato con la rassegnazione di Swankie. 

Siamo negli Stati Uniti, dove la previdenza sociale è più temibile di quella divina, soprattutto all’indomani della crisi economica del 2008. Siamo i compagni e le compagne di un viaggio doloroso e di un dolore itinerante: quello di Fern, una vedova che perde anche il lavoro, ma trova la forza di restare a Empire, quella città tanto amata dal marito da non poter essere lasciata come estremo atto di devozione, anche dopo il lutto, per quel ricatto irrazionale che ci illude che abitare il passato serva a tenere in vita, a riscattare, a dare concretamente prova dell’esistenza di una vita spezzata.
Poi, mossa da pacata disperazione, decide di lasciare il tetto coniugale, di inscatolare e portare con sé solo alcuni oggetti che la accompagneranno nel suo vagabondaggio alla ricerca di lavoro, soggiornando in un van Ford Econoline, ribattezzato allegoricamente “Avanguardia”. Fern è una donna volitiva, neutralizzata dal quel dolore che fa sopravvivere per inerzia, che glorifica il passato e mortifica l’incedere del presente. Magistralmente interpretato (e prodotto) da Frances McDormand, Nomadland ci mostra un ennesimo modo di stare in un mondo fatto di margini, precarietà, povertà, dove ogni storia è legata al filo rosso della perdita

Il vandwelling, ovvero vivere in un furgone, è un tratto comune della storia personale di molti Americani, una scelta di vita descritta fra le pagine di Nomaldland, l’inchiesta «geniale e assolutamente avvincente» secondo The New York Times Book Review, scritta da Jessica Bruder e pubblicata nel 2020 secondo cui molti decidono di mettersi in viaggio, rinunciando a una vita sedentaria insostenibile.
Dietro l’omonimo film pluripremiato (Leone d’oro alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, due Golden Globe, tre Premi Oscar per il miglior film, la miglior regia e la migliore attrice protagonista), c’è quindi un superlativo adattamento cinematografico diretto da un’altra donna, Chloé Zhao, nata nell’insicura Pechino, pronta a censurare l’Oscar alla concittadina, celebrata nel resto del mondo come la prima regista asiatica a vincere il premio per la migliore regia. 

Nel suo speech per la premiazione agli Oscar, Zhao ha ringraziato tutti coloro che hanno condiviso la propria storia on the road, raccontando la propria forma di sopravvivenza attraverso il vandwelling, trasferendo la stessa continuità emotiva instaurata con gli houseless del Terzo Millennio incontrati, nelle storie del suo cinema. 

«Cuore a cuore. Il tuo dolore è il mio», dice. E si prova realmente quel dolore, mescolato e condiviso, arrivati al terzo atto, dopo lenti campi lunghi accompagnati dalle carezze drammatiche, composte da Ludovico Einaudi. 

©Highwayman Films, Hear/Say Productions, Cor Cordium Productions