L’ex professore di cinema Mort Rifkin parte da New York per raggiungere la moglie Sue al Festival del Cinema Internazionale di San Sebastian, in Spagna. Una volta arrivata nella città basca, Sue è però troppo impegnata a seguire il giovane e acclamato regista Philippe tra cene, conferenze stampa, party e proiezioni. Rimasto solo tra i paseos della città, le sale del Festival e la stanza d’albergo, Mort Rifkin trova conforto e compagnia nella dottoressa Rojas, l’unica che sembra condividere con lui l’amore per i vecchi film europei e lo scetticismo verso la nuova idea di cinema che Mort si rifiuta di celebrare.

Dopo cinque mesi di chiusura nelle sale, il primo (e forse ultimo) appuntamento alleniano ci riporta di getto in un famoso ed esistente Festival di cinema internazionale, anche se vediamo pochissimo le sale, vediamo pochissimi film in concorso, e del chiacchierato film del regista, interpretato da Louis Garrel (Philippe, come il padre), ci è concesso giusto di intravedere il poster dal discutibile e tonitruante titolo Sogni apocalittici. Eppure quei Sogni apocalittici, così smaccatamente prevedibile, sensazionalistico e che vorrebbe sposare  – parodiandola – l’idea di un cinema inutilmente politico e realistico, si materializzano dentro il vero festival della mente di Wallace Shawn: è nel reale quotidiano delle solitarie giornate del Festival che lo spettro del suo passato, delle sue ossessioni e delle sue nevrosi irrompe e squarcia le tonalità calde e cangianti di Vittorio Storaro, con i vecchi toni bianco e nero, i formati e i linguaggi del grande cinema europeo di Truffaut, Godard, Bergman, Fellini e Buñuel (senza dimenticare Welles come l’unico referente americano per Allen/Mort).

Poco importa, quindi, se ci troviamo di fronte all’ennesimo canovaccio rimaneggiato, che procede automatico verso un unico e continuo riflesso (o riflusso) pavloviano di tutto il cinema di Woody Allen, quando è nella ripetizione che si riesce a scorgere una sottotrama di microvariazioni più o meno geniali, sia nella monotonia dorata di San Sebastian (l’irresistibile siparietto di Louis Garrel ai tamburi, oppure il seducente confronto tra Mort e le icone del Cristianesimo nella Chiesa), sia nella monotonia della storia del cinema citata con spassionato rispetto filologico dal regista. Proprio con quest’ultima, Woody Allen e Vittorio Storaro giungono alla loro quarta collaborazione, sperimentando e ricostruendo le scene dei grandi film nelle quali l’alter ego del regista è destinato a rifugiarsi e confrontarsi, in un continuo sfasamento tra il piano della realtà e quello sacro e inarrivabile del cinema europeo. Allen/Mort diventa un intruso nelle grandi opere cinematografiche del Novecento, iniettando il suo umorismo nelle scene di Quarto Potere, L’angelo sterminatore, Jules e Jim, Persona (ecc.), per autoanalizzarsi nello sguardo vecchio e stanco di Mort Rifkin, costantemente sospeso tra fallire e morire per non essere riuscito a scrivere un romanzo all’altezza degli altri grandi, quelli della letteratura novecentesca. 

È un film al limite del sogno e della realtà, del cinema e della vita (sprecata nelle scelte sbagliate), nella quale pure le pulsioni ipocondriache iniziali smentiscono la morte (attesa seppur mancata), per diventare esse stesse banale motivo d’incontro con un’affascinante dottoressa (Elena Anaya) “attratta dagli uomini sbagliati”, ma con la quale poter parlare semplicemente di cinema. 

Rifkin’s Festival fa della senilità dei riferimenti e dei sentimenti un’opera testamentaria di indubbio e scivoloso fascino, nonostante l’ispirazione altalenante e un po’ troppo meccanica rispetto ai bei film precedenti, ma calibratamente dirompente. Si conferma tuttavia un film profondamente coerente e in linea con l’ultima fase della produzione di Allen, impreziosita dal contributo cromatico di Vittorio Storaro, dove il viaggio del nostro schlemiel (esiliato per intuibili ragioni dall’amata New York) ci traghetta in Europa, prima di tornarci a porre un ultimo quesito (a noi spettatori spetta la risposta) nello studio newyorkese dello psicologo che ha ascoltato (e guardato) per tutta la durata il Festival di Rifkin’s come in un “moderno” Lamento di Portnoy

C’era una volta la magia di New York ritrovata nella nostalgia di Cafè Society, della Ruota della meraviglie e del Gatsby di Timothy Chalamet. Mentre tutto ora si dissolve nelle movenze goffe e rigide di Wallace Shawn, l’attore ora più vicino anagraficamente e fisicamente a un Woody Allen spaesato e rimuginante in terra straniera, l’ultimo in grado di poter dare corpo e volto al bilancio di una vita per un suo ultimo film ambientato ai giorni nostri, per un ennesima e ultima partita a scacchi con la storia del cinema.