Cassie (Carey Mulligan) è una donna promettente, ma ha mollato la Facoltà di Medicina in seguito a un evento traumatico che non la porterà a diventare medico, ma a intraprendere tutt’altro tipo di missione. Ha trent’anni, lavora in una caffetteria e vive con un padre comprensivo (stranamente niente dad issues qui) e una madre che le regala valigie per farle capire che è il momento di andare via di casa. A metà tra il thriller, il drama, la commedia nera e romantica, quello di Emerald Fennell non è soltanto un film sulla cultura dello stupro: dentro c’è la rabbia, il senso di colpa, c’è l’esigenza non solo di punire, ma di educare, c’è la diffidenza, la consapevolezza, c’è il dolore e l’amicizia. Lo sviluppo della trama è piuttosto scontato, il finale pure, ma ha perfettamente senso e sembra quasi giusto che sia così.

La scelta del cast è interessante se consideriamo la presenza di attori diventati famosi interpretando il ruolo del “bravo ragazzo”, primo fra tutti Adam Brody (di cui chiunque fosse sanə di mente si innamorò perdutamente per la parte di Seth Cohen in The O.C.), che tanto “nice guy” alla fine non è. È una dichiarazione di intenti, quella della regista, che fin dal principio ci immerge in un meccanismo di ribaltamento delle aspettative che ci accompagnerà per tutto il film.

In un sistema sessista come quello dipinto da Fennell, infatti, non c’è spazio per il dubbio: uomini e donne hanno introiettato la cultura machista a tal punto da sminuire un episodio (che, come con leggerezza ci dice la direttrice della Facoltà di Medicina, tanto episodico non è) di violenza con affermazioni di una banalità disarmante, quali «ero solo un ragazzino» o «capita almeno due volte alla settimana». Disarmante sì, ma non per tutti. Cassie, infatti, si arma di trucco e unghie colorate per una vendetta a capitoli come in Kill Bill. Purtroppo, però, il mondo in cui Cassie pianifica la sua vendetta è lo stesso di trent’anni fa, lo stesso in cui Thelma e Louise scappano perché, se avessero confessato, nessuno avrebbe creduto loro. Perché, nonostante le lotte e la maggiore consapevolezza degli ultimi anni, una donna non può pretendere di bere ed essere creduta.

Cassie è spesso al (e il) centro dell’inquadratura, a sottolineare la sua solitudine, e la vediamo in pose da crocifisso ubriaco sul divano di un club o circondata da un alone di santità dalla cornice di un orologio, a ricordarci, di tanto in tanto, che quella della protagonista è una vera e propria crociata. Una crociata non solo per fare giustizia, ma per perdonare se stessa. Il tutto all’interno di una cornice fatta di atmosfere alla Mtv, canzoni di Paris Hilton, hit di Britney Spears (in una versione di Toxic evocatrice e spaventosa), luci al neon, caramelle gommose e un’ampia gamma di toni di rosa. E allora le acconciature perfette e i maglioni rosa della protagonista ci proiettano in un’ottica di innocenza a ribaltare, ancora una volta, non solo lo scenario che ci si presenta di notte quando con le sue “perfect blow-job lips” Cassie adesca i “nice guys”, ma anche le aspettative di chi crede che dietro la faccia “pulita” di una donna “a modo” non possa celarsi una rabbia violenta. Ma come Thelma e Louise, neanche Cassie può vincere questa battaglia. Non ancora.

@Universal Studios